Primo sì alla sicurezza secondo Minniti

Giustizia. La Camera licenzia il ddl sulla sicurezza urbana. Mercoledì il testo arriva in Senato. Sparisce nella notte la norma per introdurre i codici sulle divise della polizia

Eleonora Martini, il manifesto • 17/3/2017 • Carcere & Giustizia, Paure, conflitti, sofferenze urbane, Politica & Istituzioni • 745 Viste

Con 230 voti favorevoli (insieme alla maggioranza anche gli ex Pd del Movimento democratico e progressista) e 56 contrari (tra gli oppositori anche gli ex Sel del Mdp), la Camera ha licenziato ieri il ddl di conversione del «decreto Minniti» sulla sicurezza urbana. Il M5S si è astenuto («È una scatola vuota senza fondi né risorse, e molto probabilmente rimarrà lettera morta», è la motivazione dei deputati pentastellati). Il provvedimento – che dovrà essere convertito in legge entro il 20 aprile in virtù della sua natura di «straordinaria necessità e urgenza» – passa ora al Senato, dove approderà mercoledì prossimo in Commissione Affari costituzionali.

SE NON SUBIRÀ MODIFICHE, i sindaci avranno a disposizione un potere di ordinanza finora riservato solo al questore (con persino qualche agevolazione in più) e un provvedimento di allontanamento, chiamato «mini Daspo urbano» perché ricorda quello usato negli stadi, per ripulire il centro storico delle città da chiunque (non occorre che abbia commesso un reato o che sia indagato) venga considerato «indecoroso». Che sia per la sua mera presenza (senza tetto o ambulanti) o per il comportamento (consumatori di droghe o alcolici, rovistatori di cassonetti, writers, o limitatori della «libera accessibilità e fruizione» di particolari luoghi). Inutile pensare di chiamare un avvocato: non è prevista alcuna possibilità di ricorso giurisdizionale. Almeno se non si reitera la condotta “antisociale”, caso nel quale interviene il questore, che può ordinare veri e propri Daspo, di pochi giorni o fino a 2 anni a seconda della fedina penale.

Perfino il Centro democratico, astenendosi, avverte: «Si rincorre l’illusione di poter liberare i centri cittadini da presenze ritenute moleste e contrarie al pubblico decoro senza distinguere i comportamenti illegittimi dalle forme di disagio sociale, e si finirà con il provocare solo una mobilità dai centri storici alle periferie».

E DALLA SPERIMENTAZIONE negli stadi proviene anche la «flagranza di reato differita» che, per effetto di un emendamento firmato Carfagna (FI) e ammesso dal governo, si allarga ora a tutta la società e potrà essere usata per fermare o arrestare, sulla base delle videoregistrazioni, anche i manifestanti, che siano sportivi o politici, fuori dagli stadi o nelle piazze. A spiegarne le finalità è la stessa Mara Carfagna: «Una modifica necessaria (quella apportata all’art.10, ndr) per arginare, ma soprattutto per tentare di prevenire e scoraggiare, episodi come quelli che, ad esempio, si sono verificati a Napoli sabato 11 marzo».

Tutto lascia pensare che l’emendamento Carfagna facesse parte di una sorta di accordo tentato mercoledì sera: il governo lo ha accettato con qualche modifica e, di contro, le destre avrebbero chiuso un occhio sull’introduzione dei codici identificativi di reparto per le forze dell’ordine. Ma qualcosa deve essere andato storto perché ieri mattina l’emendamento governativo sui codici, che compariva nel fascicolo distribuito ai deputati (dunque era stato ritenuto ammissibile), è stato improvvisamente ritirato.

SE N’È ACCORTO Daniele Farina (SI) che, intervenendo, ha chiesto perché si fosse «dissolto nella notte»: «Era di reparto, non individuale, e a rotazione – ha commentato Farina – ma era una misura dal sapore d’Europa. Unica luce nel buio medioevale del decreto Maroni-Minniti sulla sicurezza. La nuova maggioranza di scopo, Pd-Lega-M5S, ha lavorato nottetempo e il numero non c’è più. Ma capisco: tra Daspo urbano, flagranza differita per tutti, nuovo art. 75 bis sugli stupefacenti, quel numero nel decreto proprio non ci stava».

L’Aula si infervora, e diventa subito un caso: il viceministro dell’Interno Bubbico parla di «mere ragioni tecniche» che hanno portato al ritiro, e annuncia che il governo reinserirà la norma al Senato. Ma FI avverte: «Daremo battaglia affinché non sia approvata». E la Lega spiega meglio: «Nessuno si era accorto – riferisce Nicola Molteni – che quella norma proposta penalizzava tra l’altro il singolo poliziotto che indossi caschi di altri reparti con una sanzione massima fino a 2500 euro».

ALLA FINE PERÒ il governo ne esce soddisfatto. Il capogruppo del Pd Ettore Rosato, rivendicando anche i «maggiori controlli per prevenire le occupazioni arbitrarie di immobili», commenta su Facebook: «La sicurezza è un patrimonio della collettività e non la lasceremo alla demagogia violenta e alla destra chiacchierona».

Come a dire: ci distinguiamo per l’efficienza, non per le idee.

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