Trattati. L’Europa si autocelebra

Il vertice. A sessant’anni dai Trattati di Roma, i 27 firmano la Dichiarazione per l’Ue del dopo Brexit. «Ritrovato lo spirito comune»

Carlo Lania, il manifesto • 26/3/2017 • Europa • 479 Viste

Matteo Renzi, che da premier aveva organizzato il vertice di Ventotene con la cancelliera Merkel e il presidente Hollande, probabilmente avrebbe voluto esserci e invece non c’era. La sindaca di Roma Virginia Raggi, che aveva chiesto di parlare ai leader europei, c’era, ma fuori dal Campidoglio non l’ha vista nessuno, almeno non in diretta, perché mentre parlava la Rai ha mandato in onda la pubblicità, La7 ha ignorato l’intervento e Sky era in sciopero.

Quella che invece c’era – e l’hanno vista tutti – è l’Europa a due velocità. Ma non quella dell’euro o di Schengen. No, quell’altra, verrebbe da dire quella vera e palpabile dei diritti civili vissuti – o negati – sulla pelle da milioni di cittadini europei. La prova tangibile della sua esistenza si ha al Quirinale dopo la cerimonia per i 60 anni dei Trattati di Roma quando è arrivato il premier lussemburghese Xavier Bettel, gay dichiarato dal 2008 e dal 2013 alla guida del paese. Dopo lo scambio di saluti con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Paolo Gentiloni, Bettel si è rivolto al capo dello Stato dicendo: «A proposito, le presento mio marito» e ha fatto spazio al suo compagno, un architetto sposato due anni fa. Ecco le due velocità. Il gesto semplice semplice del premier lussemburghese, come dovrebbe essere e come invece non è in un paese in cui ci sono voluti 30 anni per arrivare a una legge sulle unioni civili e in cui c’è ancora qualcuno che si rifiuta di affittare casa a una coppia gay.
Spetta al premier italiano elencare quelle che definisce le «sfide» che ancora attendono l’Ue: economica, internazionale, migratoria. «Ma si è visto che il progetto di Unione europea può continuare a suscitare emozioni e con la Dichiarazione di oggi abbiano ritrovato uno spirito comune», dice.A parte questi tre episodi, il copione per le celebrazioni della nascita dell’Unione europea è stato rispettato. Tutti e 27 i capi di Stato e di governo hanno firmato la Dichiarazione finale che dovrebbe disegnare l’Europa del dopo Brexit e per i prossimi dieci anni, nascondendo sotto il tappeto per un giorno divisioni e ostilità. Così la premier polacca Beata Szydlo ha stretto la mano a Donald Tusk nonostante abbia fatto di tutto per evitare che venisse riconfermato alla presidenza del Consiglio europeo. E il greco Alexis Tsipras ha scherzato con Gentiloni dopo aver minacciato di non firmare la Dichiarazione senza prima aver ricevuto garanzie sulla difesa dei diritti sociali. «Sono sicuro – lo rassicura Tusk nel corso della conferenza stampa – che manterremo alto il livello di protezioni sociali e l’attuale stato delle relazioni industriali anche per la Grecia».

Basta però lasciarsi alle spalle le splendido scenario del Campidoglio per vedere quanto sia fragile l’unità celebrata ieri. A partire dalla Brexit, che verrà affrontata nel consiglio europeo del 29 aprile. Ma non solo: dei 27 Paesi presenti, quattro – Austria, Germania, Danimarca e Svezia – hanno sospeso Schengen e prorogato fino quasi alla fine di aprile i controlli alle proprie frontiere. La solidarietà europea, pure evocata nel corso della cerimonia, continua a infrangersi contro il rifiuto dei Paesi dell’Est e dell’Austria di accogliere rifugiati, al punto che dopo due anni i ricollocamenti sono praticamente ancora la palo. Paesi dell’Est che non solo si oppongono all’idea di una Europa a più velocità, tanto da essere riusciti a trasformarla nel più morbido concetto di «cooperazioni rafforzate», ma spingono per diminuire i poteri di Bruxelles restituendo sovranità agli Stati. Lo stessa parola d’ordine dei tanti movimenti populisti e di estrema destra sempre in agguato. Neanche il tempo di rallegrarsi per la mancata vittoria in Olanda di Geert Wilders, che tra un mese bisognerà fare i conti con le presidenziali francesi e la possibile (anche se sempre meno sicura) vittoria al ballottaggio di Marine Le Pen. «Cosa direbbe ai francesi in vista delle elezioni?», chiede una giornalista di quel paese a Jean Claude Juncker. «La Francia è un grande Paese che deve parlare al mondo Ai francesi direi: restate francesi», risponde diplomaticamente il presidente della Commissione Ue.

Almeno nelle intenzioni, allora, i 27 tornano a proporre una maggiore attenzione alle protezioni sociali. Per il premier maltese Josph Muscat, presidente di turno della ue, sono «l’antidoto all’ascesa dei populismi». «L’Europa non è solo un progetto economico e politico. La dimensione sociale va portata avanti e per far questo dobbiamo rispettare le realtà e le identità nazionali di tutti gli stati membri», assicura Muscat.

Quanto questo sia vero, e soprattutto realizzabile si vedrà presto. Ieri l’Europa era unita. Da oggi si torna alla realtà.

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