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Jobs Act. L’eredità di Renzi: boom del precariato

Damiano (Pd) : «Bisogna trovare il coraggio di dire che la riforma non ha funzionato»

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 31/3/2017 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 821 Viste

Boom del precariato, over 50 al lavoro. A due anni esatti dall’entrata in vigore del Jobs Act questo è l’effetto Jobs Act. Lo conferma il monitoraggio congiunto sulle tendenze dell’occupazione nel quarto trimestre 2016 del ministero del lavoro, Istat, Inps e Inail: dopo 15 trimestri crescono tutte le forme del precariato. Lavori a chiamata e intermittenti (+2,5%), in somministrazione (+12,9%) e poi a tempo determinato. Il 64,4% dei rapporti di lavoro attivati nel 2016 è a tempo determinato e solo il 21,8% è a tempo indeterminato. Il rapporto tra le attivazioni e le cessazioni dei contratti presenta un saldo positivo pari a 328 mila e 271 occupati, ma questo numero è il frutto di un aumento dei lavoratori a tempo determinato – dunque precari – di 595 mila unità, mentre si registra un calo dei tempi indeterminati di 377 mila unità.

Tra i 15 e i 49 anni, l’età«più produttiva» il Jobs Act è stato inesorabile. Sono i lavoratori giovani e adulti ad essere travolti dalla crisi: si è registrato un nuovo aumento della disoccupazione pari a un più 2,3% che ha colpito proprio chi oggi si trova in questo ampio arco anagrafico. In particolare l’occupazione giovanile è sempre più precaria: aumentano infatti del 10,7% i contratti a tempo determinato, mentre contemporaneamente continua la crescita degli occupati over 50 (+ 1,4%). Va ricordato che la contrazione dell’occupazione registrata nel 2016 è avvenuta in parallelo con la diminuzione dei ricchi incentivi (almeno 11 miliardi di euro pubblici in un triennio) che il governo Renzi ha garantito alle imprese in sgravi contributivi. Tagliati questi ultimi, sono diminuiti gli occupati. Un imponente spostamento di ricchezza dal lavoro alla rendita che ha inciso poco sul tasso di occupazione (57,4%) tra i più bassi d’Europa. Dati già noti, e ribaditi su Il Manifesto nel corso della dura guerra contro la disinformazione renziana per mesi e mesi. Oggi, in pieno clima pre-congressuale, dal Pd si alzano voci critiche sul fallimento per i lavoratori (e della sua riuscita, ma dal punto di vista degli interessi delle imprese) del Jobs Act. Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro Camera, sostiene la candidatura Orlando alla segreteria Pd. «Bisogna trovare il coraggio di dire che il Jobs Act non ha funzionato» ha detto. E chiede una modifica sui licenziamenti economici dopo che il partito ha sostenuto l’abolizione dell’articolo 18.

Il 2016 ha evidenziato la crescita dei voucher. L’anno scorso ne sono stati venduti 134 milioni, il 24% in più rispetto al 2015. Solo nel quarto trimestre ne sono stati venduti 32,8 milioni, due in più rispetto al periodo analogo del 2015. Aboliti per decreto, e in attesa di una misteriosa legge che dovrebbe istituire nuove regole, oggi l’Inps li autorizza solo per il «baby sitting» fino a nuove indicazioni.

La Cgil torna a chiedere una legge per regolamentare il lavoro occasionale dopo la resa del governo Gentiloni sui voucher per evitare un altro referendum che avrebbe potuto travolgere quel che resta del renzismo e del Pd, il partito che l’ex segretario si prepara nuovamente a scalare per portarlo alle elezioni. «Per sostituire i voucher si può usare ad esempio il lavoro interinale – sostiene Susanna Camusso, segretaria Cgil – La grande vittoria politica della Cgil sui voucher è stata quella di avere obbligato il Paese a parlare di lavoro, di dignità del lavoro e non solo di flessibilità. Il nostro vero obiettivo è la Carta universale dei diritti del lavoro, la proposta di legge che ha raccolto oltre un milione e 200 mila firme».

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