Indagine Ocse. Dopo la scuola dell’obbligo crescono le disuguaglianze

Precariato. Renzi fa propaganda su un’indagine Ocse, ma per gli studenti la realtà è un’altra

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 30/3/2017 • Istruzione & Saperi, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 810 Viste

La scuola italiana riesce a malapena a contenere le disuguaglianze sociali tra studenti abbienti e meno abbienti sulla lettura e sulla matematica. Lo dice l’Ocse in un confronto delle indagini Pisa sulle «competenze» degli studenti e quelle degli adulti (26/28 anni) che registra il crollo di questo residuo di uguaglianza all’esterno della scuola, quando i ragazzi diventano precari a tutto tondo, e non solo tirocinanti stagisti del lavoro gratuito nell’«alternanza scuola-lavoro», un sistema obbligatorio che avrà un peso anche sul voto di maturità grazie alla «Buona scuola» di Renzi e del Pd.

Nell’analisi dell’Ocse sono ritenuti «studenti avvantaggiati quelli con almeno un genitore laureato e oltre 100 libri in casa». Gli «studenti svantaggiati» sono quelli con meno libri e genitori con un livello inferiore di istruzione. Considerazioni impressionistiche dalle quali emerge l’impotenza della scuola, dell’università e del sistema della formazione professionale a diminuire le differenze sociali tra le classi preesistenti all’entrata dei ragazzi nel ciclo dell’istruzione. Differenze che aumentano quando a 25-27 anni sono sul mercato del lavoro.

L’indice che misura la differenza per quanto riguarda la preparazione tra soggetti «svantaggiati» tra i 15enni, riguardo alle competenze linguistiche è di 0,45 per l’Italia, mentre a livello Ocse sale a 0,48. Dopo il diploma il divario supera la media Ocse sui soggetti di 27 anni: 0,67, in Italia, e 0,61 a livello internazionale. Nella Repubblica Ceca, Danimarca e Polonia, il divario è superiore a 0,5 all’età di 15 anni e aumenta a 27 anni. In Belgio (Fiandre), in Canada e negli Stati Uniti il divario è maggiore di 0,5 a 15 anni ma diminuisce a 27 anni. In Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia il divario con il livello di istruzione dei genitori è ridotto all’età di 15 anni (0,3) ma aumenta da giovani adulti e, in Nuova Zelanda, arriva fino a 0,8. Il divario con l’istruzione dei genitori all’età di 15 è di medie dimensioni in Australia, Austria, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia e Spagna. Il divario resta stabile in Germania, mentre tende a crescere in altri paesi.

Preso da entusiasmo propagandistico Matteo Renzi, ex presidente del consiglio e ex segretario del Pd, è tornato a farsi sentire e ha affastellato nello stesso giro di frase i principi della sua riforma più odiata, insieme al Jobs Act: la «Buona Scuola». In un post su facebook, Renzi ha elencato «il merito, l’alternanza scuola lavoro, la fine del precariato, il potenziamento degli insegnanti, la formazione, l’edilizia scolastica, il diritto allo studio, lo ZeroSei sul modello di Reggio Emilia sono tuttavia per me molto importanti».

La neo-ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha usato lo studio dell’Ocse per rilanciare uno degli imperativi della pedagogia del soggetto neoliberale: il life-long learning dove l’«imprenditore di se stesso» è inserito in un sistema di valutazione, certificazione, benchmarking delle «skills» necessarie per misurare la sua «competitività» su un mercato dove prolifera precariato e lavoro gratuito. «I dati ci dicono che la scuola italiana è inclusiva. È molto importante – ha detto Fedeli – investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita».

Queste «esultanze» «sono fumo negli occhi». «Le diseguaglianze crescono finita la scuola dell’obbligo – sostiene Giammarco Manfreda, Rete degli Studenti Medi – l’Italia rientra nei Paesi in cui le disuguaglianze aumentano al di fuori del percorso scolastico, pur partendo da un indice di disuguaglianza all’interno del percorso scolastico appena al di sotto della media dei Paesi esaminati». «I gruppi sociali più deboli restano esclusi dai più alti livelli di studi – sostiene Elisa Marchetti (Udu) – Il passaggio all’università è troppo basso e gli ostacoli all’accesso, dalle barriere del numero chiuso a quelle socio-economiche, non hanno soluzioni da anni».

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