In Siria bomba contro i civili in fuga: 100 morti
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Medio Oriente. Faida interna alle milizie anti-Assad: già a dicembre altri assalti bloccarono il trasferimento
Avevano quasi raggiunto Aleppo dopo giorni di attese e rinvii quando l’autobomba è saltata in aria. L’esplosione ha investito in pieno la testa del convoglio di 70 autobus e 20 ambulanze nella zona di Rashidin: si parla di morti, decine di feriti.
Una carneficina di donne, bambini e malati, i primi ad essere evacuati sulla base dell’accordo stipulato dal governo di Damasco e i gruppi di opposizione con la mediazione di Iran e Qatar.
AD ESSERE COINVOLTE nell’evacuazione sono quattro cittadine, sotto assedio da maggio-giugno 2015: due dal governo, Madaya e Zabadani, villaggi sunniti al confine con il Libano; e due dalle opposizioni islamiste, Fua e Kefraya, comunità sciite nella provincia di Idlib. Ad unirli lo stesso dramma: assedio, fame, assenza di acqua e medicinali.
FINO ALL’ACCORDO di pochi giorni fa, ribattezzato «delle quattro città»: gli abitanti di Fua e Kefraya dovevano raggiungere Aleppo, quelli di Zabadani e Madaya Idlib. 30mila le persone coinvolte nel trasferimento, da molti criticato perché visto come un modo per modificare la demografia della Siria.
Damasco rassicura i civili: una volta che le aree saranno pacificate (ovvero ripulite dai gruppi armati) potrete tornare a casa. Ma i dubbi restano visti i tempi dilatati (Idlib è quasi del tutto in mano a islamisti e salafiti, con a capo i qaedisti dell’ex al-Nusra) e gli interessi geografici in capo ai due fronti.
LE IMMAGINI CHE IERI arrivavano dal luogo dell’attacco, perpetrato da milizie contrarie all’accordo, mostravano i bus con a bordo le famiglie sciite da Fua e Kefraya completamente distrutti, il fumo che si alzava dai resti accartocciati. Vetri infranti, ma soprattutto decine di corpi massacrati.
Si vedrà se il trasferimento proseguirà: quelli di ieri erano i primi bus dalle città assediate, per un totale previsto di 8mila persone (di cui 2mila miliziani).
Una situazione molto simile a quella del 18 dicembre: gruppi di opposizione diedero fuoco a sei autobus in partenza da Fua e Kefraya, bloccando di fatto l’evacuazione di 1.200 persone, per lo più anziani e malati.
Tali attacchi svelano le faide interne al fronte anti-Assad: a provocare le fratture più serie è stata a fine dicembre la tregua di Aleppo e la decisione di alcuni gruppi, sia laici che salafiti, di aderire al processo di Astana. Decisione che ha aizzato l’ex al-Nusra che in pochi giorni ha completamente cancellato un’intera unità dell’Esercito Libero Siriano, prima di rivolgersi contro gli alleati di Ahrar al-Sham (confronto poi rientrato).
LA GUERRA PROSEGUE, invisibile, eccezion fatta per gli attacchi sfruttabili dagli incendiari (vedi i 59 missili lanciati da Trump) prima di inchieste indipendenti. Un copione conosciuto.
Ieri sull’indagine è tornata la Russia, dopo aver messo il veto alla risoluzione Onu che chiedeva l’intervento dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche: secondo Mosca, la risoluzione era limitata perché non prevedeva la visita alla base colpita dall’aviazione Usa, da dove secondo i pro-Assad sarebbero partiti i raid a base di gas contro Khan Sheikun, il 4 aprile.
Ieri il ministro degli Esteri Lavrov ha annunciato pressioni all’Onu perché invii con urgenza suoi ispettori nella base, richiesta appoggiata stavolta anche dalla Turchia del piede in due staffe: un giorno plaude alle bombe in solitaria di Trump, quello dopo segue la scia russa.
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