Dopo il conflitto. Colombia, le donne per la pace

Buenaventura. Viaggio nelle comunità contadine

Francesca Caprini, il manifesto • 18/4/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 905 Viste

BUENAVENTURA (COLOMBIA). Nella foto in bianco e nero appoggiata nel mezzo della tavola di cemento, Emylsen sorride. Una “sonrisa llenas de rio, de montaña, de barrio, de dignidad y de amor a la vida” (un sorriso pieno di fiumi, di montagna, di quartieri, di dignità, di amore per la vita). Così avevano detto di lei quando l’hanno ritrovata morta ammazzata lo scorso 17 gennaio insieme al marito Joe nei dintorni di Puerto Buenaventura, Colombia. E così, a due mesi dalla scomparsa, il 18 di marzo, le sue compagne l’hanno voluta ricordare organizzando un evento senza precedenti: a Puerto Merisalde – cittadina sulle rive del Rio Naya, dipartimento di Valle del Cauca – si tiene il primo incontro delle rappresentanti delle 64 comunità afrodiscendenti della Cuenca del Bajo Naya, regione del Pacifico a maggioranza afrodiscendente fra le più povere e violente del Paese. “Abbiamo chiamato questo evento Donne, Pace e Territorio, perché è il momento che noi donne prendiamo la parola ed abbandoniamo la paura”, ci racconta Danny Yulith Ruiz dell’associazione Ainì che organizza l’evento. E mentre parla, prende in mano la foto di Emylsen che sorride e la guarda come per cercare conferma.

Emiysen è stata la 117esima vittima fra leader comunitari, ambientalisti e difensori di diritti umani in Colombia, da quando il principale esercito guerrigliero Farc- Ep – Forze armate rivoluzionarie della Colombia – e il Governo di Manuel Santos hanno firmato gli accordi di pace all’Avana, lo scorso novembre. Saldo che è salito ad oggi a 122 uccisi, come riportato dalla Defensoria del Pueblo e secondo l’allarme lanciato dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani.

Emylsen è stata la anche l’attivista uccisa numero 22 dall’inizio dell’anno, e la settima donna. L’ottava sarebbe caduta dieci giorni dopo, il 26 di gennaio: Yoryanis Isabel Bernal Varela, difensora dei diritti del suo popolo indigeno Wiwa nella Sierra Nevada di Santa Marta. E poi è toccato ad Alicia López Guisao, che con l’Asociación Agroecológica Interétnica della periferia di Medellin, lottava per i diritti della sua comunità contadina e sfollata. Mentre è del 28 marzo, la notizia delle minacce a Katherine Lazo Barbosa, richiedente terra di Antioquia.A Puerto Merisalde eravamo arrivati di primo mattino con le lance che ci avevano fatto attraversare prima l’acqua salata del golfo di Buenaventura – il porto più importante della Colombia da cui passa il 70% delle merci del Pacifico – per poi risalire per un bel pezzo il fiume Naya. Nel caldo umido già pesante del giorno, ci eravamo riuniti con le donne di Ainì e con quelli della Commissione Justicia y Paz , associazione colombiana per la difesa dei diritti umani che accompagna da anni le comunità della zona: “Vogliamo elaborare le nostre proposte come donne rurali e afro e farle arrivare al Governo attraverso il nostro Consiglio Comunitario – ci aveva spiegato Aida, giovane rappresentante dell’associazione – Gli accordi di pace prevedono indennizzi per le vittime del conflitto armato e riconoscono un ruolo di protagonismo delle donne nella costruzione della pace”.

Le fa eco Nidiria Ruíz: “Noi donne del Naya siamo state vittime dirette del conflitto armato. Abbiamo pianto, sofferto, abbiamo visto i nostri padri, fratelli e mariti sparire. Ora vogliamo bloccare le lacrime con i sorrisi e tutte insieme non dimenticheremo, ma proveremo a costruire il nostro futuro. E’ il nostro momento, e il nostro contributo per continuare la lotta di Emylsen”. La morte di questa giovane donna, di soli 31 anni, ammazzata con il marito Joe e poi gettata in un vicolo nella periferia di Puerto Buenaventura, dà il polso del clima in cui queste donne colombiane si stanno muovendo: Emylsen era un’attivista della rete Conpaz – Costruendo Pace nei Territori, che raggruppa 150 comunità della Colombia; una leader riconosciuta della sua comunità, l’Espacio Humanitario Puente Nayero, un fazzoletto di terra dove migliaia di persone si erano rifugiate dopo il cosiddetto “Masacre del Naya”, quando nell’aprile del 2001 paramilitari del Frente Calima de las Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) in complicità con l’Esercito colombiano, entrarono in massa in 15 comunità causando la morte di almeno un centinaio di persone e il desplazamento di circa 3000.

Dalle ricostruzioni fatte fino ad oggi, Emylsen è stata ammazzata dal fratello, disertore del Frente 30 delle Farc, passato ai gruppi paramilitari Urabeños che oggi si disputano la zona di Buenaventura con i Rostrojos per il controllo del territorio. “Ma come si può parlare di pace se lo Stato colombiano dice che il paramilitarismo non esiste?”, ci domanda Enrique Chimonja della Commissione Jyp.

L’alto numero di morti ammazzati fra difensori dei diritti umani e leaders comunitari in Colombia fa parlare di una mattanza: l’Onu e la Corte Interamericana per i Diritti Umani in documento congiunto affermano: “Esiste un panorama preoccupante per il quale torniamo a chiedere allo Stato colombiano di garantire la difesa dei diritti umani ed ambientali, mettendo sotto protezione i lieder che si espongono per queste lotte; omicidi che fratturano gli importanti processi organizzativi che si stanno sviluppando”. Tutti gli omicidi di questi ultimi mesi si situano in zone della Colombia che prima dell’accordo erano controllati dalle Farc e che oggi – dopo il ritiro ed il raggruppamento dei quasi 8000 soldati dell’esercito guerrigliero nelle 22 Zone di Transizione distribuite nel Paese – vengono velocemente recuperati da gruppi di neoparamilitari che se ne disputano il controllo territoriale ed economico. E mentre la Camera dei rappresentanti ha votato la Jep – Jurisdicción Especial para la Paz, la giustizia transizionale che dovrebbe giudicare con imparzialità gli autori dei delitti compiuti nei 52 anni di conflitto colombiano, il timore generale è quello dell’impunità verso alcuni settori specifici, come quello militare o paramilitare.

Il cosidetto “postconflitto” fa apparire lo Stato colombiano incapace o non volente di agire la pace. Il prossimo anno ci saranno le elzioni presidenziali, il che contribuisce a creare instabilità, mentre in Ecuador si stanno svolgendo gli accordi di pace con l’altro gruppo guerrigliero, l’Esercito di Liberazione nazionale, che ad oggi non è ancora uscito dalla clandestinità e a cui si attribuiscono numerosi attentati negli ultimi mesi (circa una ventina solo nella città di Bogotà contro forze di polizia, di cui però solo uno, il 19 febbraio, è stato rivendicato). “Si vive una violenza selettiva, che colpisce esponenti politici ed attivisti e che molto si accanisce sulle donne: quelle che hanno conquistato visibilità sono uno schiaffo in faccia a chi storicamente in Colombia ha mescolato l’azione criminale con la sottomissione psicologica e morale della popolazione. Il corpo della donna e il territorio, violare il primo per sottomettere il secondo: è stato il tratto distintivo anche di questa guerra, che ha lasciato almeno 300.000 morti e 5 milioni di sfollati. Metà delle vittime sono donne. Innumerevoli i casi di stupro – almeno 550.000- perpetrati per la stragrande maggioranza da paramilitari (67%), seguiti da esercito (23%) e guerriglia (8%) di cui solo il 10% fra quelli denunciati ha avuto un processo.

A Puerto Merisalde non c’è acqua potabile e le fogne sono a cielo aperto. Siamo nel cuore del Bajo Naya, il 98% della gente è sotto la soglia di povertà e la stragrande maggioranza sono cocaleros, coltivatori di coca; le percentuali di analfabetismo e mortalità infantile sono il doppio della media nazionale. Eppue qui le donne trovano la forza di organizzarsi. Affrontano i pericoli, la fatica e il machismo che c’è dentro le proprie stesse comunità. Le loro mproposte parlano soprattutto di formazione e di proposte per la sostituzione delle coltivazioni di coca, uno dei punti fissati dagli accordi di pace.

Dormiamo nelle palafitte sospese sulla terra secca. Il periodo delle piogge è appena cominciato ed il fiume se ne sta ancora quieto a qualche centinaio di metri: ”Gli accordi di pace prevedono il riconoscimento di territori e di diritti. E anche noi donne abbiamo un’opportunità storica”, ci racconta Viviana, maestra e attivista. “All’Avana (dove sono stati sottoscritti gli accordi) hanno riconosciuto il nostro ruolo come protagoniste di una resistenza popolare. Vogliamo guadagnare spazio nella democrazia colombiana; ma anche combattere la violenza di genere, che in Colombia è quotidiana”. E hanno ragione: l’Instituto Nacional de Medicina Legal colombiano registra una media di 2,4 donne ammazzate al giorno. Dati in aumento rispetto agli anni precedenti. Essere donne ed attiviste in Colombia è oggi un rischio assicurato.

Il grande incontro “Donne, pace e territorio” ha inizio. Fin dalla mattina una lunga e disordinata fila di magliette bianche – simbolo di allegria – si scorge appena nella prima luce del giorno. Alcune donne arrivano dopo ore di cammino nella selva, altre con le canoe lungo il fiume. Alle 8 inizia l’iscrizione delle partecipanti . Arrivano anche 5 indigene Nonam, che con le comunità di colore condividono un pezzo di territorio – per ora in mano ai paramilitari, i Nonam stanno soffrendo continui sfollamenti forzati. Qualcuna passa con vassoi di agua panela, mentre frotte di bambini giocano. Danny prende il microfono: “Noi donne rurali ci uniamo per esigere i nostri diritti contribuendo a costruire la pace in Colombia. La paz sin las mujeres no va!”

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