Angelo Del Boca: «Il costo umano dell’accordo del Viminale con la Libia»

Intervista/Libia. Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano ed esperto di Libia: «Li armiamo per fermare i migranti su un confine di 5mila km. Nella Libia del sud la “riconciliazione” garantita dall’Italia è assai fragile, a Tripoli il premier Sarraj vive sotto assedio»

Tommaso Di Francesco, il manifesto • 4/4/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 691 Viste

A Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano ed esperto di Libia, con all’attivo decine di saggi e monografie sulla storia libica e su Gheddafi, abbiamo rivolto alcune domande sul cosiddetto «accordo di pace» firmato al Viminale venerdì scorso, con diretta supervisione del ministro Minniti, tra le tre tribù del Fezzan, Awlad Suleiman, Tebi e Tuareg.

Secondo il ministro Minniti che governare il sud della Libia significa controllare e governare le rotte migratorie dell’Africa. Che ne pensa?

L’affermazione sarebbe quasi esatta. Dico quasi perché i flussi migratori non sono solo quelli che provengono dal sud della Libia. In Africa purtroppo c’è l’esplodere di tante crisi e conflitti armati, a cominciare da quella di più lunga data in Nigeria, ma ora torna anche il Congo.

Non parliamo del disastro al quale abbiamo contribuito della stessa Libia e subito dopo in Siria. ma l’affermazione risulta invece avventata perché, con il Fezzan libico, stiamo parlando di circa 5mila chilometri di confine praticamente sulla sabbia.

Si tratta di una realtà immensa non difendibile né controllabile, tantomeno da tre tribù storicamente in conflitto fra loro e per le quali si annuncia ora una strana pace. Chissà quanto ci è costato in termini di esborso di denaro e fondi, visto che per ogni tribù c’era non un solo rappresentante ma ben 7 o 8 persone?

Ma che peso ha questa “riconciliazione” nel Sud libico del Fezzan se a Tripoli il nostro interlocutore privilegiato, al Sarraj è costretto a fuggire dalla base navale dov’è rinchiuso, sotto tiro delle milizie armate da quelle di Misurata, agli islamisti di Gweli che si considera premier legittimo e soprattutto dal generale Khalifa Haftar che lo insidia dalla Cirenaica?

È abbastanza facile capirlo: un peso assai fragile, quasi inesistente. Perché, sempre secondo il ministro Minniti, abbiamo una pace con il sud ma zero governo Sarraj a Tripoli, un governo riconosciuto da tutto il mondo ma non riconosciuto in Libia e sempre pronto a scappare su una nave che gli mettiamo a disposizione.

Minniti un mese e mezzo fa ha vantato la realizzazione di un memorandum d’intenti sul controllo dell’immigrazione con il premier Sarraj. Ma è accaduto che dieci giorni fa la Corte suprema di Tripoli ha dichiarato illegale e nullo quel memorandum…

Sì è accaduto anche questo. Mentre continuiamo a pensare che quello sia un «posto sicuro» dove fermare, in nuovi campi di concentramento, la disperazione di chi fugge da guerre e miseria e che continua a farlo drammaticamente dalla costa a ovest di Tripoli, sempre da Zhawya, ma Sarraj nemmeno quella riesce a controllare. È stato uno smacco pesante per il governo italiano del quale quasi nessuno ha voluto parlare.

Quale è il costo in termini umani – di diritti umani – di questo nuovo accordo di riconciliazione che viene annunciato tra le tribù del Fezzan, garante l’Italia?

Drammatico. In buona sostanza la nostra protezione – oltre a nascondere la necessità di contendere sul terreno gli interessi neocoloniali della Francia proprio in quell’area e consolidati in Ciad, Niger e Mali – vuol dire contribuire a militarizzare quel territorio. Noi andremo ad armare fino ai denti quelle tribù, ad «addestrarle» come dicono, per fare la guerra ai migranti, per dare loro la caccia, per rinchiuderli e rimandarli indietro alla loro disperazione fatta di nuove guerre e nuove carestie.

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