Eric Fassin: «Il successo di Mélenchon è anche un fallimento»

Intervista al sociologo Eric Fassin. «La sinistra della sinistra può rallegrarsi per la pasokizzazione del Partito socialista, che, come in Grecia, potrebbe morire a forza di essere andato a destra»

Anna Maria Merlo, il manifesto • 26/4/2017 • Europa, Internazionale • 811 Viste

Ora, spiega ancora il professore, secondo l’ultimo sondaggio, il 62% degli elettori di France Insoumise voterà Macron e il 29% si asterrà

Il sociologo Eric Fassin, professore di scienze politiche all’università Paris 8, ha appena pubblicato un libro che fa discutere, Populisme: le grand ressentiment (Editions Textuel).

Cosa significa il rifiuto o comunque il ritardo di Mélenchon nel prendere posizione per il secondo turno?

I sostentori di Jean-Luc Mélenchon vi vendono un approccio democratico: piuttosto che dare un’indicazione di voto ai suoi elettori, si affida ai militanti della France Insoumise. È pur vero che avrebbe potuto dare il suo parere… Di conseguenza, i suoi avversari denunciano la sua cecità, ricordando che nel 2002 si era impegnato, senza equivoci, per fare blocco contro il Fronte nazionale al secondo turno che aveva opposto Jacques Chirac a Jean-Marie Le Pen. Quest’ultimo aveva ottenuto molti meno consensi di sua figlia oggi (in percentuale e in voti assoluti). Rispetto ad allora oggi appare sempre più chiaramente che le politiche neoliberiste, che vengano rappresentate dalla destra o dai socialisti, o a fortiori da Emmanuel Macron che pretende superarle, sono la causa principale della crescita dell’estrema destra, in Francia come altrove in Europa. Stando però a un sondaggio di questi giorni, il 62% degli elettori di Mélenchon si appresta a votare Macron e soltanto il 29% ad astenersi. In altri termini, l’antifascismo resta un valore forte per questo elettorato. Si capisce il dilemma di Mélenchon: come scegliere tra la causa del male e il male stesso? È vero che una presidenza Macron rischia di fare avanzare Marine Le Pen nel 2022. Credo tuttavia che 5 anni di Macron possano essere anche 5 anni per ricostruire la sinistra.
Spero di no, credo di no. Dopo tutto, la France Insoumise è in testa presso i giovani di 18-24 anni (30%, contro 21% per Marine Le Pen e 18% per Macron). Inoltre, se così fosse, il voto per Mélenchon si trasformerebbe in voto per Le Pen al secondo turno. Ma, secondo questo stesso sondaggio, sarebbe solo il 9% a scegliere questa opzione – contro il 33% dell’elettorato di Fillon. Ciò che è stato chiamato il «gaucho-lepenismo» (elettori di sinistra che passano all’estrema destra) non esiste veramente. Certo, ci sono molti operai e impiegati che votano per Marine Le Pen (anche se non solo i soli!); ma vengono piuttosto da destra ; quelli che vengono da sinistra votano sempre meno. È proprio per questo che bisognerebbe cominciare a rivolgersi agli astensionisti o ai «mal iscritti» (coloro che non figurano neppure sulle liste elettorali). Nei due casi, le classi popolari sono sovra-rappresentate, soprattutto se sono di «origine straniera», come si dice in modo eufemistico. Sarebbe meglio privilegiare i delusi della sinistra che quelli che sono sedotti dal fascismo: è più facile combattere il disgusto della politica che il risentimento.Il populismo di sinistra sta costruendo delle passioni tristi, come la destra? Il risentimento ha forse preso il sopravvento nella parte della popolazione che si sente perdente nella mondializzazione?

C’è stato il successo di Jean-Luc Mélenchon, accanto alla sconfitta di Benoît Hamon, che ha fatto una campagna molto a sinistra. Come esce da questo voto il campo della sinistra?

Il successo di Jean-Luc Mélenchon è anche un fallimento. Non arriva al secondo turno delle presidenziali perché gli elettori di sinistra non sono più di un quarto dei votanti. Se sommiamo i voti di Mélenchon a quelli di Hamon il totale resta uguale, anche se le curve si sono rovesciate. È un gioco a somma zero: quello che il primo ha vinto, il secondo l’ha perso. Certo, la sinistra della sinistra può rallegrarsi per la «pasokizzazione» del Partito socialista, che, come in Grecia, potrebbe morire a forza di essere andato a destra. Resta un paradosso: la sconfitta coincide con un cambiamento di direzione. Hamon è stato doppiamente vittima del suo partito: era della «fronda» ma non ha osato rinnegare l’eredità di François Hollande, eppure questo non ha impedito ai baroni socialisti di tradire. La debolezza del Ps ha quindi contribuito alla forza della France Insoumise: è la logica del voto utile. Ma Jean-Luc Mélenchon non ha ucciso il Ps, è il Ps che si è suicidato.

Nel suo libro Populisme: le grand ressentiment, lei mette in guardia contro il cosiddetto populismo di sinistra. In Francia alla fine questa strategia non ha pagato?

Questo rovesciamento del rapporto di forze a sinistra non era un obiettivo, ma un mezzo. L’obiettivo era di resistere al rullo compressore del neoliberismo, senza abbandonare il «popolo» all’estrema destra, cioè combattere contemporaneamente coloro che fanno il gioco del fascismo e i fascisti stessi. Ma il populismo di sinistra non ha portato via voti a Emmanuel Macron, il candidato della tecnostruttura, né a Marine Le Pen, sovranista xenofoba. Sembra tuttavia che questa strategia cominci a guadagnare terreno nelle classi popolari.

Né destra né sinistra, è ormai la linea dominante, a destra (estrema) e al centro?

Né destra né sinistra: è la linea del Fronte nazionale. Dal canto suo, il candidato di En Marche! pretende superare questa opposizione. È in questo contesto che bisogna collocare il mezzo successo ma anche il mezzo fallimento di Jean-Luc Mélenchon. Nel 2017, la sua doppia scelta di aggirare i partiti e di «federare il popolo» piuttosto che di «unire la sinistra» è in sintonia con il momento politico. Tuttavia, sarebbe stato meglio, come nel 2012 con il Parti de Gauche e il Front de Gauche, rovesciare questa logica. Oggi, sarebbe un grave errore mettere sullo stesso piano Emanuel Macron e Marine Le Pen. Invece, ad entrambi bisogna opporre una sinistra di sinistra.

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