Un anno di guerre, filo spinato e altre barbarie

Sul terreno le uniche forze che oppongono resistenza allo Stato Islamico sono le ben organizzate forze di autodifesa kurde di Rojava

Orsola Casagrande, 13° Rapporto sui diritti globali • 11/4/2017 • Contenuti in copertina, Rapporto 2015 • 753 Viste

Nel fare una sorta di “inventario” di un anno, è quasi obbligatorio iniziare avvicinandosi, pur partendo da eventi differenti, a due fiumi leggendari, il Tigri e l’Eufrate. Una valle fluviale fertile e ampia dove sono sorte e si sono susseguite le prime civiltà umane per circa quattromila anni, e che comprende naturalmente territori che oggi hanno altra denominazione geografica e umana. Quella che molti secoli fa era la culla della civiltà umana è, in questo momento, l’indubbio centro di un gran campo di battaglia sanguinoso nel quale si intrecciano alleanze e interessi inconfessabili.

 

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo volume del 2015, il 13°, contiene come sempre un capitolo dedicato ai temi internazionali, delle guerre e dei diritti umani, curato da Orsola Casagrande. Il Focus del capitolo nel 2015  è dedicato al dramma dei profughi e dei migranti.

Qui sotto, invece, un estratto dalla sezione Il Contesto dello stesso capitolo.

Qui  scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

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Lo Stato Islamico rinnega i suoi padrini

Un mostro moderno, la cui forma più completa per il momento è quella che si esprime nell’autoproclamato Califfato, che da tempo ha imparato, nel suo ruolo di truppa secondaria durante la Guerra Fredda, tutte le debolezze dei suoi creatori e finanziatori. In questa sequenza del “film” il mostro non ha più bisogno dei suoi padrini. Ha costruito e articolato i suoi interessi, arrivando a una nuova tappa del suo sviluppo: quella in cui si ribella contro i suoi padrini. Ormai con una sua capacità di pensiero autonoma e la capacità di procreare, il mostro ha vita propria e non rispetta più i suoi genitori che, del resto, ha sempre disprezzato.

Senza entrare nell’elenco delle cause che hanno favorito il vertiginoso sviluppo e l’ascesa delle correnti salafite (sunniti radicali che propugnano una falsa guerra santa e interpretazioni estreme del Corano), create e nutrite inizialmente dall’Arabia Saudita e gli Emirati arabi del Golfo, ci limitiamo a sottolineare che le potenze occidentali (USA e NATO in primis) hanno contrattato queste organizzazioni senza problema come forza di appoggio nell’ultima fase della cosiddetta Guerra Fredda bel Novecento, per contrastare il marxismo arabo, il nazionalismo pan-arabo o la Rivoluzione Islamica in Iran nel 1979; senza preoccuparsi minimamente del fatto che il corvo, che stavano alimentando generosamente, era cosciente fin da piccolo che il suo destino storico sarebbe stato quello di mordere la mano che lo nutriva, per contenderle direttamente l’egemonia del vasto e variegato mondo musulmano (incluso quello crescente in Occidente).

 

Lo Stato Islamico estende i suoi tentacoli

Volendo fare un bilancio dei danni di questo 2014 e primi otto mesi del 2015 è opportuno partire dalla constatazione che questi danni si estendono ormai in un territorio sempre più grande, che comprende vaste regioni in due continenti (Asia e Africa) e condiziona ormai con regolarità di vario tipo un terzo continente, l’Europa. Due dati, più di ogni altro, illustrano drammaticamente la brutalità di questa Guerra Internazionale. Nel 2014 sono stati “censiti” 42 conflitti armati che hanno causato la morte di 180 mila persone. Nel 2008 i conflitti erano stati 63 con 56 mila vittime (International Institute for Strategic Studies, 2015).

Una diminuzione nel numero di guerre, ma un aumento vertiginoso di morti, soprattutto civili. Le vittime dall’inizio della guerra in Siria sono stimate in oltre 200 mila, 70 mila nel solo 2014. Il conflitto palestino-israeliano nel 2014 ha lasciato sul terreno 2.500 morti. Le guerre oltre ai morti producono profughi: poco meno di 60 milioni alla fine del 2014. Il più grande spostamento di masse dalla Seconda Guerra Mondiale (Norton-Taylor, 2015).

Le guerre in corso non sembrano prossime a una fine. Di fatto, la guerra in Afghanistan nel 2015 ha registrato una nuova recrudescenza negli scontri tra talebani e il governo sponsorizzato dall’Occidente, mentre estende con regolarità esasperante le sue espressioni più sanguinose fino al Pakistan. Un confine poroso, che può essere considerato davvero soltanto un’invenzione britannica del XIX secolo e del successivo processo di decolonizzazione.

Quello dei confini, delle frontiere è un tema che sarà sempre più ricorrente, soprattutto se si concorda con la necessità di ridefinire concetti per provare a uscire da questo tragico impasse. Il tema dei confini “ereditati” è, infatti, uno degli aspetti inediti e maggiormente rilevanti di questa Guerra Internazionale.

La promessa del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di ritirarsi dall’Afghanistan e lasciare la responsabilità della sua sicurezza al governo di Kabul è solo l’ennesima promessa non mantenuta, come quella del ritiro dall’Iraq. A luglio 2015 è giunta la conferma della morte del Mullah Mohammed Omar (indiscutibile leader ideologico dei talebani), avvenuta nel 2013. Questo ha significato uno stallo nei difficili negoziati tra governo afghano e talebani. Questi negoziati sono per molti versi sconcertanti, e non rispetto alla questione “concettuale” se sia giusto negoziare o meno, quanto piuttosto perché rivelano come in realtà, né gli USA né gli alleati NATO, avessero mai contemplato un “Piano B”. L’unico esito possibile, per USA e NATO, era la vittoria assoluta del loro “eroico” esercito liberatore. Pertanto intrappolati in un pantano da cui è sempre più complicato uscire, gli occidentali vedono come unica opzione praticabile quella di rimanere a tempo indeterminato, difendendo accampamenti trincerati e posizioni fisse, senza possibilità di trionfo né progresso, dove nella notte si perde quel che si è conquistato durante il giorno. Così all’infinito, e per lo più in un territorio apertamente ostile. Questa situazione comporta evidentemente il rischio che qualunque ritiro mal calcolato si converta in un autentico disastro (do you remember Vietnam?).

Un discorso simile vale, chiaramente, anche per l’Iraq.

Prima di addentrarci nel teatro principale delle operazioni è necessario porre sul tavolo una domanda, che vale anche per altri contesti: dove sono gli eserciti e le forze di sicurezza afghane, irachene, libiche che tanti soldi, tempo e piani sono costate al Pentagono e ai suoi alleati NATO (e tanto business hanno garantito alle multinazionali del settore)? Non c’è dubbio che le corrotte élite pro-americane di quei Paesi abbiano usato, con il placet dei loro “padrini”, ingenti quantità di denaro in contante per arricchirsi (forse la consideravano la via più diretta di essere pagati per i loro inestimabili “servizi”) e collateralmente hanno montato eserciti e servizi di sicurezza quasi fantasma che si disfano alla prima spallata e fuggono lasciando ai nemici il materiale bellico (nuovo) che possiedono.

 

Uno sguardo al principale teatro di operazioni

Se l’accenno al conflitto afghano-pachistano era quasi dovuto per una questione di “anzianità”, il principale campo di battaglia, in realtà, è il territorio occupato da quelli che erano due Paesi chiamati Iraq e Siria.

Torna qui il discorso accennato poc’anzi, rispetto alle “frontiere”. Uno dei fenomeni più interessanti (anche se quasi non si menziona o, se si nomina, è solo di sfuggita) di questo scontro a carattere globale al quale stiamo assistendo è il fatto che i confini tradizionalmente accettati fino a questo momento, ormai non vengono riconosciuti. Anzi, possiamo azzardare e affermare che tra i danni visibili di questo conflitto ci sia proprio la “scomparsa” di diversi Paesi e nazioni, che si sono convertiti in territorio più ampio oggetto della disputa. Un buon esempio, come detto, sono l’Iraq e la Siria, però si possono citare anche la Libia, il Mali, la Somalia, o anche l’ampia zona inter-confine condivisa da Nigeria, Camerun, Chad, Niger (che è la zona dove opera il gruppo Boko Haram).

Tornando alla Mesopotamia, non possiamo che costatare il consolidamento, nel corso del 2014 e prima metà del 2015, dell’autoproclamato Califfato Islamico, che ha stabilito la sua amministrazione e il potere nel centro dell’antico Iraq e una parte del territorio della Siria. Bisogna anche riscontrare il fallimento e la scarsa efficacia della cosiddetta Coalizione Internazionale, guidata – non poteva che essere così – dagli Stati Uniti e che per il momento limita i suoi sforzi a selezionati bombardamenti di contenimento.

Sul terreno le uniche forze che oppongono resistenza allo Stato Islamico sono le ben organizzate forze di autodifesa kurde di Rojava (il Kurdistan siriano), l’esercito (nonostante le controversie e le ambiguità) della zona autonoma kurda-irachena (un Paese ormai indipendente de facto) e le forze (piuttosto stanche e ammaccate dopo quattro anni di guerra) del governo di Damasco. Per contro, lo Stato Islamico continua a godere di complicità da parte delle monarchie teocratiche del Golfo e dell’esecutivo di Ankara (anche se il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo la battuta d’arresto ricevuta alle elezioni del giugno 2015, sembra intenzionato a rivedere la sua politica pro-Stato Islamico).

La miglior dimostrazione dello sconcerto, e di come brancoli nel buio la Coalizione, sono le parole del generale Michael K. Nagata, comandante delle operazioni speciali del comando centrale dell’esercito nordamericano. Il 28 dicembre 2014 Nagata affermava a una riunione a porte chiuse (ma la trascrizione è filtrata alla stampa): «Non comprendiamo questo movimento [l’Esercito Islamico, Ndr] e fino a quando non riusciremo a comprenderlo non riusciremo a sconfiggerlo. Non abbiamo sconfitto la loro ideologia. Il fatto è che non riusciamo a comprendere quale sia questa ideologia» (Schmitt, 2014). Una dichiarazione che se non è un gettare la spugna, poco ci manca.

 

La lezione della resistenza di Kobane

Ci sono voluti 134 giorni di resistenza prima che, il 26 gennaio 2015, i kurdi di Rojava potessero dichiarare la loro città, Kobane, libera dalle milizie dell’Esercito Islamico. Una battaglia durissima, costata la vita a centinaia di giovani uomini e donne (tra i kurdi) e centinaia di soli uomini (nelle fila dell’ISIS). Le forze di autodifesa del popolo (YPG e YPJ, Unità di Difesa del Popolo/delle Donne) hanno lottato per liberare, strada dopo strada, quartiere dopo quartiere, la loro città da quello che è ora considerato il Nemico Numero 1 dall’Occidente e che è stato costretto a ritirarsi. Quello che non ha potuto o saputo fare la Coalizione Internazionale, è riuscito a farlo un gruppo di uomini e donne, civili in armi, motivati dalla consapevolezza che difendere e liberare la loro città significava soprattutto mantenere viva la speranza di una nuova vita. In fondo, la Rivoluzione di Rojava è questo: la speranza – che nonostante la guerra va concretandosi giorno dopo giorno – che un altro modo di vivere, un altro modello di sviluppo siano possibili. Un modo di vivere che ha al centro la convivenza tra diversi, perché le differenze sono ricchezza e non un ostacolo, in una comunità che si organizza in orizzontale e non in verticale.

Tacciati di utopisti, i kurdi continuano per la loro strada, tutta in salita, ma che costituisce un motivo di fiducia generale, come afferma una delle comandanti delle forze di difesa popolare, Meryem Kobane: «La nostra resistenza è in difesa della nostra libertà, ma è anche un lumicino di speranza per un Medio Oriente che ha bisogno, oggi più che mai, di illusione, ispirazione, fiducia per potersi reinventare come la terra ospitale e plurinazionale che è sempre stata» (Arrugaeta e Casagrande, 2015 a).

 

Uno Stato Islamico in espansione, la via obbligata dell’esodo e l’accordo nucleare iraniano

Mentre gli esperti occidentali continuano a cercare di decifrare l’idea, la strategia, l’essenza dello Stato Islamico, quest’ultimo continua a portare avanti i suoi piani. Piani che rivelano, a questo punto dello scontro, calcoli e strategie piuttosto sofisticate. Attorno al cuore del Califfato (Iraq e Siria) bisogna aggiungere altre “province”, discontinue e a volte lontane, che riconoscono la sua autorità: zone del Sinai egiziano, territori della vecchia Libia, le terre sotto controllo del violento movimento Boko Haram, che coprono quattro Paesi dell’Africa Nera.

Anche se non hanno giurato fedeltà al Califfo e fanno tuttora parte dell’altra organizzazione salafita che contende allo Stato Islamico l’egemonia sopra questa versione dell’Islam, al-Qaeda, dobbiamo citare anche le milizie di Al-Shabaab (I Giovani) che operano in Somalia e Kenya, il braccio magrebino di al-Qaeda con la sua presenza attiva in territori tuareg e gruppi simili in parte dello Yemen. Non mancano, inoltre, le azioni sporadiche di destabilizzazione, come gli attentati di Tunisi (marzo 2015 al museo del Bardo e giugno 2015 in un hotel di Sousse, rivendicati dall’ISIS) e in alcuni Paesi della stessa Europa occidentale. La Francia è stata colpita nel 2015, a Parigi, con la strage al settimanale “Charlie Hebdo” a febbraio. Quest’ultimo attentato ha avuto un forte impatto nell’opinione pubblica e nelle politiche di sicurezza con conseguente isteria sociale e costi a scapito delle libertà individuali e civili.

Va rilevata la tattica politica di propaganda che sembra privilegiare lo Stato Islamico, che comporta un uso del web e dei social media piuttosto sofisticato e chiaramente favorisce un’ampia ripercussione a costi limitati. A questo va aggiunto il costante e a quanto pare ben organizzato reclutamento di “volontari” che secondo le fonti di intelligence occidentali superano ormai i 30 mila effettivi (Gutiérrez, 2015). Si tratta della più grande mobilitazione di “volontari” dai tempi delle Brigate internazionali che appoggiarono la Repubblica spagnola contro il franchismo.

Un panorama senza dubbio preoccupante. Un conflitto politico e militare internazionale che estende i suoi tentacoli dal centro dell’Asia fino al cuore dell’Africa, che colpisce popoli e minoranze. Uno scontro con costi umani e culturali altissimi che ha una relazione diretta con quello che è stato definito il più grande esodo di popolazioni dalla Seconda guerra mondiale.

In questo scenario poco rassicurante, è importante rimarcare la potenziale importanza di una delle poche notizie apparentemente positive della regione: l’annunciato accordo nucleare firmato tra i 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania) e l’Iran (Borger, 2015).

Un accordo raggiunto il 14 luglio 2015 e che aspetta l’approvazione del Congresso nordamericano, ma che nonostante ciò, se effettivamente riuscirà a farsi strada, potrebbe offrire una base di cooperazione in altre sfere attinenti alla sicurezza regionale. Cosa che, tenendo in conto il peso e la situazione geopolitica dell’Iran, avrebbe senza dubbio ripercussioni importanti in tutta la zona e soprattutto nel conflitto internazionale qui delineato.

In essenza, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action, piano di azione comprensiva congiunto) è uno scambio: l’Iran accetta rigidi limiti sul suo programma nucleare in cambio di una via d’uscita dalla marea di sanzioni che lo sommergono da anni. Inoltre, l’accordo prevede che l’Iran accetti il monitoraggio delle sue attività e cooperi con l’inchiesta che indagherà sul lavoro passato del Paese in materia di testate nucleari.

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