Mike Pence, il vice di Trump, fa la voce grossa, Pyongyang risponde a tono

Mike Pence, il vice di Trump, fa la voce grossa, Pyongyang risponde a tono

 Stampa sudcoreana tranquillizzante: Washington non premerebbe mai il grilletto prima di avee evacuato i suoi cittadini
«Il tempo della pazienza strategica è finito». Chiaro e tondo, il vicepresidente statunitense Mike Pence in visita in Corea del Sud ha dichiarato ufficialmente la fine della dottrina Obama nella gestione a stelle e strisce del nucleare nordcoreano. Fatto acclarato dai movimenti di portaerei militari statunitensi davanti alla penisola coreana degli scorsi giorni e riaffermato all’indomani dell’ennesima provocazione di Kim Jong-un.

TERMINATI I FESTEGGIAMENTI di sabato 15 aprile, il «Giorno del Sole» compleanno del padre della patria e nonno del leader Kim Il-sung, nella mattinata di domenica la Corea del Nord ha effettuato un nuovo test missilistico, in barba alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: fallito, razzo esploso a soli 5 secondi dal lancio, ma messaggio intimidatorio arrivato forte e chiaro, proprio nelle ore in cui Pence stava per atterrare in Corea del Sud.
Pence, dalla zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, denunciando l’ennesimo affronto di Kim Jong-un ha ribadito che sul caso Corea del Nord «tutte le opzioni sono sul tavolo» e che, alla luce delle dimostrazioni di forza statunitense in Siria e in Afghanistan, «alla Corea del Nord conviene non testare la determinazione degli Stati Uniti e del proprio apparato militare».

L’ipotesi di un intervento militare, ha rassicurato Pence, sarebbe prima discussa nel dettaglio coi vertici militari di Seul, mentre ieri l’aeronautica militare statunitense e sudcoreana hanno effettuato esercitazioni congiunte simulando una reazione a un attacco nordcoreano. Una liaison militare che, assieme al sistema antimissilistico americano Thaad in via di installazione in Corea del Sud, continua a innervosire sia Pechino – che vuole tenere occhi e orecchie di Washington a distanza di sicurezza – e che Pyongyang.

LA STESSA STAMPA sudcoreana ha però tranquillizzato tutti notando che, se sarà attacco militare, gli Stati Uniti prima di premere il grilletto inizieranno le procedure di rimpatrio delle migliaia di statunitensi residenti in Corea del Sud: finché gli americani non iniziano ad andarsene, in sostanza, l’opzione militare rimane solo una minaccia.

AL DI LÀ DI PROVOCAZIONI e controprovocazioni, di fatto una guerra in Asia Orientale non la vuole nessuno. Non la vogliono Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone, gli stati che circondano la Corea del Nord e che, in caso di conflitto, dovrebbero attutire il colpo di una crisi militare, economica e umanitaria di cui nessuno sente il bisogno, né l’utilità. E non la vuole iniziare nemmeno Pyongyang, nonostante nella serata di ieri il delegato Onu nordcoreano Kim In-ryong abbia dichiarato: «Una guerra nucleare potrebbe scoppiare da un momento all’altro» se gli Stati Uniti continueranno a «disturbare la pace e la stabilità nel mondo, con una logica da gangster. Se opteranno per un intervento militare, la Corea del Nord risponderà».

Domenica 16 aprile sulla Abc il consigliere militare di Trump H.C. McMaster aveva però spiegato: «È ora di intraprendere ogni azione possibile, esclusa l’opzione militare, per risolvere la questione in maniera pacifica». Dichiarazione che di fatto risponde agli appelli arrivati in questi giorni da Mosca, Tokyo, Seul e Pechino: ok la voce grossa, ma l’obiettivo resta riaprire le trattative con Pyongyang per una denuclearizzazione «guidata».

UN ALTRO SEGNALE che fa ben sperare è arrivato domenica da Donald Trump, con l’ennesima inversione di marcia nella sua presunta China Policy, dopo la denuncia di Pechino come «manipolatrice di valuta». «Perché mai dovrei chiamare la Cina manipolatrice di valuta quando sta lavorando con noi al problema nordcoreano? Vedremo che succede!», ha scritto, lasciando intendere che qualcosa di sotterraneo sull’asse Pechino-Pyongyang si starebbe già muovendo.

Liang Guoliang, analista militare di Hong Kong, ha dichiarato alla Taiwan’s Central News Agency che la Cina avrebbe già attivato dei canali diplomatici con la Corea del Nord. Pyongyang, secondo Liang, avrebbe chiesto una scadenza di tre anni per abbandonare il proprio programma nucleare in cambio di sostegno economico e garanzie sulla sicurezza. Da Pechino né conferme né smentite: «Stiamo verificando», dice il ministero degli esteri.

RESTA LA PAURA DI UN TEST nucleare nordcoreano da effettuarsi entro il 25 aprile. Un affronto al quale Trump si teme non possa restare indifferente.

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