Macron, una vittoria fragile in un paese lacerato

Francia . Primo giorno, prime contestazioni sindacali. Saranno le legislative a decidere, l’11 e il 18 giugno, sul futuro della presidenza. Il passaggio dei poteri all’Eliseo domenica 14. Tutti pensano ormai alle legislative di giugno

Anna Maria Merlo, il manifesto • 9/5/2017 • Europa, Internazionale • 519 Viste

PARIGI. C’è già stata una prima manifestazione, ieri a place de la République e poi verso Bastille, organizzata dalla Cgt e da Sud uniti nel «Front social», per ricordare al nuovo presidente che «la difesa dei lavoratori» non cede. Qualche migliaio di persone, che illustrano però la fragilità di fondo della vittoria di Emmanuel Macron. Il candidato En Marche! ha vinto bene, superando il 66% dei voti, raccogliendo 20,7 milioni di voti. Ha tenuto Marine Le Pen ben sotto la soglia simbolica del 40%. Ma la candidata del Fronte nazionale raccoglie 10,6 milioni di suffragi, un record. A cui si aggiunge una forte astensione e un grosso voto bianco, rispettivamente 25,5% (anche questo è un record dal ’69) e 11,5%: l’astensione è stata più forte tra l’elettorato di destra, mentre il voto bianco o nulla tra quello della sinistra radicale.

LA FRANCIA CONFERMA al secondo turno la frattura che lacera il paese. L’elettorato di Macron è più urbano, più istruito, più femminile di quello di Le Pen, è più ottimista, tocca punte alte nelle zone economicamente più attive, più aperte. A Parigi, il voto per Macron ha sfiorato il 90%, un enorme successo confermato in tutte le grandi città a livelli più o meno analoghi, Lione, Tolosa, Grenoble, Rennes, Nantes, anche Lille. Gli elettori di Macron non sono però i «ricchi»: nella banlieue parigina, che vota poco (32,4% di astensione nella Seine-Saint-Denis, per esempio), Macron ha ottenuto ottimi risultati (78,8% nella Seine-Saint-Denis, che al primo turno aveva messo in testa Mélenchon). L’elettorato non è più giovane di quello di Marine Le Pen, anzi il voto Macron cresce con l’avanzare dell’età. Attraversa tutte le categorie sociali, solo gli operai hanno votato in maggioranza (55%) per Marine Le Pen (e il 45% per Macron). L’istituto Ipsos conferma che dall’analisi del voto risulta una ulteriore «fragilità» del nuovo presidente: il voto di adesione non supera il 50%, mentre una metà ha scelto Macron principalmente per fare sbarramento a Le Pen.

DOMENICA PROSSIMA, il 14 maggio, ci sarà il passaggio dei poteri all’Eliseo. Poi, la prima mossa internazionale sarà un viaggio a Berlino, per incontrare Angela Merkel. Ieri, Macron ha ottemperato al primo atto ufficiale, la cerimonia all’Arco di Trionfo, accanto a Hollande, per l’8 maggio, la fine della seconda guerra mondiale. Hollande ha commentato l’elezione di Macron: «Mi ha seguito, poi si è emancipato, senza tradire», ha riassunto. L’ex presidente Nicolas Sarkozy lo ha avvertito: «Il difficile inizia adesso». Già domenica, al massimo lunedì, dovrebbe venir comunicato il nome del primo ministro. Con chi governerà Emmanuel Macron? Saranno le legislative a decidere, l’11 e il 18 giugno, sul futuro della presidenza. L’elezione di Macron ha già creato un vero terremoto nel panorama politico francese: i due partiti che hanno governato la Francia nell’ultimo mezzo secolo sono stati spazzati via alle presidenziali, con la sconfitta al primo turno di François Fillon (Lr) e Benoît Hamon (Ps). En Marche! presenterà a giorni i propri candidati. Saranno presenti in tutte le 577 circoscrizioni dei nomi nuovi, oppure alcuni politici del passato (venuti dal Ps ma anche da Lr) verranno integrati sotto la nuova sigla della maggioranza presidenziale, La République en marche? Il Ps rischia di non sopravvivere a questa prova. Se ne saprà di più oggi, i socialisti devono presentare in giornata il loro programma per le legislative. Una parte del partito è già in coda per unirsi alla République en marche e far parte a pieno titolo della «maggioranza presidenziale». Non è la posizione di Hamon, che rincorre un’«unione della sinistra», con la riconferma dell’accordo con i Verdi (che però cercano un’intesa con Mélenchon) e una mano tesa a France Insoumise.

MA MÉLENCHON prosegue nella sua strategia di fare piazza pulita e di rimanere solo come fulcro dell’opposizione a Macron. L’analisi del voto è già un programma: Macron è arrivato in testa ma «è minoritario nel paese», spiega il portavoce Alexis Corbière, mentre Le Pen è «arrivata terza», dopo «Macron gli astensionisti e le schede bianche», ha detto Mélenchon, attaccando il «nuovo monarca presidenziale» che si prepara a «fare la guerra alle conquiste sociali» e a governare con «l’irresponsabilità ecologica». La confusione per il momento regna a France Insoumise nei rapporti con l’alleato delle presidenziali, il Pcf, che aveva sostenuto Mélenchon. C’è una minaccia di ricorrere alla giustizia contro i candidati comunisti che useranno il riferimento a France Insoumise senza averne avuto il permesso e la possibilità di presentare dei candidati contro gli stessi comunisti uscenti (che nella scorsa legislatura erano stati eletti grazie all’alleanza con il Ps).

A DESTRA LR cerca la rivincita per «la presidenziale rubata», persa a causa degli scandali che hanno intrappolato Fillon e sogna di imporre una «coabitazione» a Macron pensando che «l’alternanza è ancora possibile». Alcuni però guardano a Macron, per trovare un posto (Bruno Le Maire, per esempio, ma non è il solo ad aver manifestato disponibilità). Lr li minaccia di esclusione. Il Fronte nazionale punta ad essere la principale forza di opposizione, forte dei voti raccolti da Le Pen. Ma anche nel Fronte nazionale c’è tensione. La linea di Marine Le Pen e di Florian Philippot, quella più «sociale» che ha sedotto le classi popolari e le regioni più colpite dalla deindustrializzazione, è contestata. Il vecchio nucleo duro del partito vuole tornare al passato, sbarazzarsi delle avventure sull’abbandono dell’euro e concentrarsi su «famiglia, identità, sicurezza». Ma c’è chi pensa che sarebbe opportuno che il Fronte nazionale cambiasse nome, per poter capitalizzare i voti raccolti al secondo turno. In gioco, alle legislative, è avere abbastanza deputati per formare un gruppo parlamentare.

 

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