Le Ong criminalizzate perché salvano i migranti

Le Ong criminalizzate perché salvano i migranti

Così come non considera tutte le inequivocabili argomentazioni portate dai più alti gradi della Marina militare, della Guardia costiera e della Guardia di finanza, che smentiscono definitivamente la Grande Menzogna sul soccorso in mare

Corridoi umanitari privati non consentiti: questa la conclusione, approvata all’unanimità, al termine di quella che, sulla carta, doveva essere un’indagine conoscitiva di una commissione parlamentare.

Ma che – nei toni e nei contenuti – si è rivelata una sorta di pubblico processo nei confronti delle Ong. Con tanto di raccomandazioni finali che, qua e là, sembrano piuttosto le motivazioni di una sentenza. Peccato che il quadro che emerge dal documento della commissione difesa del Senato non tenga conto di quanto emerso nel corso delle audizioni che la stessa commissione ha condotto. Così come non tiene conto di tutte le inequivocabili argomentazioni portate dai più alti gradi della Marina militare, della Guardia costiera e della Guardia di finanza, che smentiscono definitivamente la Grande Menzogna sul soccorso in mare.

Nel documento della commissione si parla insistentemente di un’attività disordinata che rende «necessaria una razionalizzazione della presenza delle Ong» e un «coordinamento permanente curato dalla Guardia costiera». Ma, guarda un po’, tutte, proprio tutte le autorità militari hanno confermato che è esattamente quanto già ora succede e hanno negato che la presenza delle imbarcazioni delle Ong abbia mai intralciato le operazioni delle missioni militari. La Guardia costiera, poi, ha ribadito di avere il pieno controllo di quanto avviene nelle operazioni Sar (Ricerca e Salvataggio) svolte da ciascuna imbarcazione. Ma tutto ciò, in realtà, porta la commissione ad auspicare la «riduzione delle relative imbarcazioni nell’area, peraltro dalle caratteristiche tecniche molto variegate». Ecco, dunque, il vero obiettivo. Bisogna fermare le Ong perché offrono soccorso ai migranti in pericolo, mettono loro a disposizione «corridoi umanitari» cosa che «in nessun modo può ritenersi consentita dal diritto interno e internazionale, né peraltro desiderabile». Desiderabile?!

Ancora, si chiede alle Ong di «conformarsi ad obblighi e requisiti che le abilitino allo svolgimento di tali compiti», con «forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa»: ciò al fine di rendere «pubbliche nel dettaglio le proprie fonti di finanziamento, oltre che i profili e gli interessi dei propri dirigenti e degli equipaggi». Si chiede quindi alle Ong di provare la liceità dei finanziamenti ricevuti perché «sospetti di scarsa trasparenza» senza che siano emersi elementi in merito nel corso delle audizioni e nonostante il procuratore di Trapani abbia smentito recisamente l’esistenza di qualsiasi forma di finanziamento da parte dei trafficanti. Viene così totalmente trascurato il fatto che le Ong sono già ora regolate da norme precise; e obbligate, attraverso lo strumento del bilancio, a rendicontare il totale delle donazioni ricevute e l’impiego di esse; e che non si può pretendere la pubblicità sulle donazioni, per rispetto della privacy di chi le compie. Spetterebbe semmai all’autorità giudiziaria, in caso di indagine, avere accesso a questo tipo di informazioni.

Si punta poi alla piena collaborazione con le autorità libiche nelle operazioni Sar in modo che riportino sulle proprie coste i migranti salvati. Si dimentica che, in mancanza di un’autorità statale riconosciuta a tutti i livelli, la guardia costiera libica non sia in grado di assicurare il controllo delle coste e abbia una capacità d’azione limitatissima, come prova l’alto numero di morti che non si è potuto evitare nei giorni scorsi. I superstiti potrebbero così sbarcare non più in Italia ma, «in territorio libico, tunisino e maltese, sotto l’egida dell’Onu, dell’Unhcr e dell’Oim». Verrebbe ribaltato, di conseguenza, nel caso della Libia e, in parte, della Tunisia, il concetto stesso di «Paese sicuro» come definito dalle convenzioni internazionali. Quasi che non fossero sufficienti i racconti terribili delle crudeltà che, da anni, riportano i profughi, una volta condotti in salvo. A leggere bene tra le righe, emerge chiaramente la volontà di lanciare un messaggio preciso: non ci sono prove per condannare le Ong ma di fronte ai sospetti non possiamo non prendere misure nei loro confronti: salvando vite umane, non fanno altro che aumentare il numero di persone da accogliere e proteggere nel nostro Paese.

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