Guerra in Libia. Battaglia nel Fezzan, in campo «milizie islamiste»

Paese «sicuro». Oltre 130 morti, Haftar accusa Tripoli. Il governo Serraj: non abbiamo dato l’ordine di attacco alla base

Rachele Gonnelli, il manifesto • 20/5/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 679 Viste

Il caos libico è deflagrato di nuovo sotto forma di guerra del tutto asimmetrica nel deserto del Fezzan, a una sessantina di chilometri dalla città-fortezza di Sebha.

La battaglia è scoppiata tre giorni fa con un attacco in grande stile alla base aerea di Brak al Shati, controllata fino a quel momento dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. L’attacco, che di fatto viola la tregua tra le due entità che si contendono la sovranità sul frantumato paese – Tripoli e Bengasi per semplificare – viene però sconfessato dal governo di Tripoli di Fayez Al Serraj. È il rompicapo libico, la cui unica certezza è la completa instabilità del Paese, di nuovo un passo oltre l’orlo della guerra civile.

LA STRAGE è di «soldati» di Haftar, inquadrati nella milizia chiamata «Brigata 12», più un certo numero di civili. Neanche il numero dei morti però è sicuro. Secondo fonti mediche citate dall’emittente Sky News Arabiya il bilancio ieri pomeriggio sarebbe di 134 vittime, mentre il sindaco della città Ibrahim Zami ha parlato con i media locali di 74 soldati morti. Le stesse fonti mediche dell’ospedale di Brak riferiscono poi che alcuni dei cadaveri risultavano essere stati sgozzati, altri freddati con un colpo alla nuca, alcuni bruciati. E la tv attribuisce le efferatezze contro i miliziani sotto attacco a non meglio precisate «milizie estremiste».

L’ASSALTO, come conferma il sindaco, è stato messo in atto da un gruppo specifico delle milizie di Misurata, la città-stato che fornisce la maggiore forza armata al governo di Tripoli. Il gruppo viene chiamato «Terza Forza» e c’è più di un sospetto che sia completamente scappato di mano al governo di Al Serraj. Infatti il comunicato del ministero della Difesa di Tripoli ieri oltre a invitare alla preghiera per le vittime militari e civili della strage e dopo aver ribadito di considerare ancora «l’esercito libico nel sud, nell’est e nell’ovest della Libia come un esercito unico» per cui «i suoi feriti siano i nostri feriti», sostiene di non aver impartito nessun ordine di attacco contro la base aerea. «Gli ordini impartiti alle nostre forze sono stati sempre chiari e volti alla tregua, tanto che non abbiamo dato alcun ordine di avanzare o di attaccate la base». Poi il comunicato continua addossando in ogni caso la responsabilità delle morti «a coloro che hanno iniziato con i raid aerei su Tamanhint», cioè le truppe fedeli ad Haftar.

I DEPUTATI del parlamento di Tobruk, legati al generale e il loro presidente Aguila Saleh dopo aver proclamato tre giorni di lutto «per le anime dei martiri delle forze armate libiche cadute nell’attacco vile delle milizie terroriste», denunciano profanazione di cadaveri e uccisioni sommarie e addossano la responsabilità al ministero della Difesa di Tripoli «per il sangue versato dopo che era stata accolta una tregua dell’Esercito libico», così si chiama la milizia di Haftar.

MARTIN KOBLER, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, condanna le violenze commesse alla base aerea di Brak al Shati e afferma che «potrebbero costituire un crimine di guerra perseguibile dalla Corte internazionale di giustizia», invitando per altro le parti a non fasri «scoraggiare» nel trovare «soluzioni politiche pacifiche».

IL DRAPPO NERO Il non detto di tutta questa vicenda è cosa si celi dietro la ripresa del conflitto nel Fezzan, territorio desertico a ridosso di un confine poroso con il Niger e l’Algeria dove transitano contrabbandieri di ogni risma e dove passa anche la rotta dei migranti. Ieri è circolata sul web una foto – da fonte incerta, coperta dall’anonimato – che faceva vedere l’avanzata sulla pista di otto pick-up della colonna di miliziani all’assalto della base di Brak al Shati con una bandiera nera dell’Isis.

La didascalia recitava: «Bandiere dell’Isis si nascondono dietro le milizie di Misurata». Lo sventolio del drappo nero con l’inconfondibile scritta in arabo nel tondo bianco sarebbe un ritorno sulla scena libica dopo la cacciata da Sirte, oltre a un grosso grattacapo per Serraj, impegnato a stringere mani e accordi con l’Italia e l’Europa, in cambio di fondi, per fermare i migranti.

Contro Haftar si erano già scontrati i qaedisti delle Brigate della difesa di Bengasi, provenienti da Ansar al-Sharia, ma sulla costa, per il controllo dei terminal petroliferi. La ricomparsa del drappo nero nel Fezzan a fianco della frangia islamista di Misurata, se confermata, sarebbe tutta un’altra partita.

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