G7. Non c’è intesa sul clima: sull’accordo di Parigi è stallo

G7. Non c’è intesa sul clima: sull’accordo di Parigi è stallo

L’attesissimo presidente statunitense Donald Trump, alla sua prima in un vertice dei «G» – a luglio ci sarà il ben più rilevante G20 in Germania – è sbarcato a Taormina promettendo discussioni «faticose» con gli altri partner. Lo stesso padrone di casa, il premier Gentiloni, non ha nascosto che i conflitti ci sono su tutti i temi in agenda: sicurezza, migranti, globalizzazione ed ambiente. Per non parlare della crisi ucraina e delle relazioni con la Russia.

LE ATTESE sono perciò molto limitate riguardo alla possibilità di avere veri impegni condivisi nella dichiarazione finale dell’incontro, che per altro potrebbe essere di poche pagine, anche se va ricordato che il G7 ha spesso disatteso gli impegni presi in passato.

Sulla sicurezza e la lotta al terrorismo la discussione di giovedì scorso alla Nato ha fissato qualche paletto seppur precario, sui migranti qualche parola in più sarà concessa all’Italia come padrona di casa, visto che proprio nel canale di Sicilia continua la tragedia delle migrazioni. Su globalizzazione e protezionismo, in realtà non è solo Trump il guastafeste, ma va capito come l’Inghilterra della premier Theresa May, già in campagna elettorale, si porrà visto lo spinoso dossier aperto con il resto della Ue inerente il negoziato sulla Brexit e tutti gli accordi di libero scambio ad esso collegati. Sull’ambiente infine il rischio concreto è che non ci sia decisione né una menzione significativa, ma più una tragedia greca degna dello splendido teatro antico di Taormina.

Trump, infatti, un paio di settimane fa ha rimandato la sua decisione su un possibile ritiro americano dall’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici.

L’idea è di decidere al suo rientro a Washington, dopo il primo tour internazionale da presidente Usa nel quale avrà ascoltato la posizione degli altri partner.

L’EUROPA, tanto divisa e debole, si è ricompattata proprio sulla questione climatica di fronte all’arrivo di Trump, il Canada si è accodato e il Giappone sembra fare parimenti. Al G7 dell’energia di Roma dello scorso aprile, il governo Usa ha di fatto bloccato ogni dichiarazione congiunta alla fine della riunione, proprio perché la Casa Bianca doveva ancora decidere sulla sorte dell’Accordo di Parigi, almeno per la sua attuazione vincolante per gli Stati uniti. Taormina molto probabilmente sarà solamente un passaggio interlocutorio per Trump e la matassa potrebbe invece sbrogliarsi in vista del G7 dell’ambiente previsto a Bologna a metà giugno.

MA DIETRO LE SCHERMAGLIE e le preoccupazioni viene da chiedersi se il problema sulla materia ambientale sia rappresentato solo dall’amministrazione Trump. I governi europei hanno ratificato l’accordo di Parigi ma resta ancora da capire come passare dalle parole ai fatti, prima che il clima del pianeta vada definitivamente fuori controllo. Ed il tempo rimasto è davvero poco per non superare la soglia fatale, pari, per la quasi totalità degli scienziati, al surriscaldamento medio di due gradi centigradi dell’atmosfera terreste. L’azione del governo italiano ad oggi lascia a desiderare. È in corso la definizione di una nuova strategia energetica dell’Italia, che si chiuderà probabilmente entro l’anno, ma manca ancora un piano strategico per la lotta ai cambiamenti climatici come richiesto dagli accordi internazionali.

Sempre in ambito energetico, prima del vertice di Parigi il governo Renzi aveva definito il carbone il nemico pubblico da combattere. Ma di questa lotta non si è visto molto fino a oggi. Il vertice dell’Enel ha recentemente dichiarato che entro 10-15 anni metterà fine all’utilizzo del carbone, e il ministro Calenda ha aperto a uno scenario in cui diverse delle centrali a carbone potrebbero chiudere al 2025, incluso il mega impianto di Brindisi, tra i più inquinanti d’Europa. Ma certezze non ce ne sono sulle date di chiusura e non è detto che la strategia energetica italiana prenda la strada più veloce per rendere l’utilizzo del carbone nella produzione elettrica una storia passata.

DI CARBONE non è il caso di parlarne con Trump che ha fatto una campagna elettorale sull’aumento del sostegno al settore in crisi negli Usa, incluse le miniere di carbone che smantellano letteralmente intere montagne nei monti Appalachi. Ma è meglio non parlarne neanche con il governo giapponese, che rimane tra i principali finanziatori di nuovi impianti a carbone in tutto il continente asiatico.

Se al vertice siciliano si metterà sotto il tappeto la polvere nera, difficile sarà anche una discussione sul togliere il sostegno agli altri combustibili fossili. L’Ue è ossessionata dal finanziamento di nuove mega infrastrutture a gas naturale, da nuovi gasdotti quali il Tap che dall’Azerbaigian dovrebbe arrivare al Salento, a rigassificatori ed impianti di stoccaggio. Quindi non è solo Trump che si fa forte dello shale gas americano, ma anche altri paesi che pianificano investimenti faraonici in nuove infrastrutture a combustibili fossili che vincoleranno intere regioni del pianeta per decenni a emettere emissioni responsabili dell’aumento dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici. Tutto in nome della sicurezza energetica, di equilibri geopolitici e ovviamente degli interessi delle major petrolifere.

Che allora volino gli stracci davvero e il mondo sappia che in fondo del problema climatico a questo G7, che ne rimane storicamente il principale responsabile, poco importa nei fatti.

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