Spagna. La vittoria a sorpresa di Sánchez lancia la sinistra populista

Spagna. La vittoria a sorpresa di Sánchez lancia la sinistra populista

La clamorosa vittoria a sorpresa di Pedro Sánchez cambia la Spagna, e non solo. Ai 187 mila iscritti al partito socialista non spettava soltanto la scelta del loro leader. Avevano in pugno le sorti del governo del loro Paese, e un po’ anche quelle della sinistra europea.

Da una parte, Susana Díaz, la «presidenta» dell’Andalusia, donna d’ordine, favorevole a un tacito accordo con la destra, per consentirle di governare ed escludere nuove elezioni. Dall’altra parte, Pedro Sánchez, l’ex segretario costretto a dimettersi proprio perché contrario alla «non sfiducia» verso il Partito popolare, e tentato dall’alleanza con Podemos. La vecchia guardia socialdemocratica è stata sconfitta dalla nuova sinistra aperta al dialogo con i populisti. Il premier Mariano Rajoy dispera; ma la base della Izquierda, in particolare tra i giovani e nelle grandi città, esulta.

La vittoria di Sánchez è la sconfitta di Felipe González. Il patriarca del socialismo odia Podemos e il suo fondatore Pablo Iglesias, sino al punto da accostarlo a Trump e Marine Le Pen (ieri lo scrittore Javier Marías sul País è andato oltre, paragonandolo ai falangisti di José Antonio Primo de Rivera, a destra di Franco). Iglesias contraccambia e tratta González da vecchio arnese corrotto e corruttore. Ma non è solo una questione personale.

Podemos è favorevole al referendum in Catalogna sull’indipendenza; però il granaio di voti del Psoe è l’Andalusia, la regione più povera (la disoccupazione è al 30%), contrarissima alla secessione dei ricchi catalani. Neppure Sánchez vuole il referendum, neppure lui ha un buon rapporto con Iglesias, che un anno fa si oppose al suo tentativo di formare un governo. Ma considera la riunificazione delle due sinistre l’unica speranza per scalzare i popolari. In vista delle primarie, si era spinto a proporre un patto di unità d’azione; poi ha ripiegato su una più vaga «alleanza tra le forze di progresso».

La campagna è stata durissima. Un sostenitore di Sánchez è arrivato a parlare di «mafia» andalusa e a descrivere la Díaz «inginocchiata di fronte a Rajoy». Sánchez ha rifiutato di scusarsi. Pure Zapatero è uscito dall’irrilevanza per denunciare che in Catalogna la Díaz è discriminata «in quanto donna e in quanto sivigliana». Non ha riunificato il partito neanche la morte improvvisa di Carme Chacón, l’ex ministra della Difesa con il pancione, unica donna finora ad arrivare a un passo dalla segreteria del Psoe (perse il congresso per 22 voti). Ieri sera tutti avevano parole di riconciliazione, compreso il terzo candidato, il basco Patxi López, ex lehendakari (presidente) dei Paesi baschi. Ma la questione non è chiusa.

La sinistra è in crisi drammatica in tutta Europa. A Parigi dopo la caduta di Hollande il Partito socialista è dato al 6% (si vota fra tre settimane per l’Assemblea nazionale); quel che resta dei riformisti punta su Macron. A Londra i laburisti guidati dal massimalista Corbyn marciano verso una sconfitta storica il prossimo 8 giugno. Ad Atene Tsipras ha messo fuori gioco il Pasok, ma ha rinunciato alle sue velleità antisistema per realizzare il programma concordato con la Merkel, dal canto suo saldamente in testa nei sondaggi in vista delle elezioni di settembre. L’unico Paese in cui i socialisti guidano il governo è il Portogallo, dove il premier Costa ha stretto un patto con i populisti. E’ la soluzione cui pensa Sánchez. Sempre che Iglesias concordi.

Da stasera il quadro spagnolo è più complicato. Il Paese, che cresce a un ritmo di oltre il 2%, entra in un periodo di instabilità. A sinistra tutto si mette in movimento; ma la traversata del deserto è appena cominciata.

Aldo Cazzullo

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