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Caporalato. Rifugiati sfruttati, 14 arresti a Cosenza

Chi semina odio sulle Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo, si facesse piuttosto un giro in Calabria dove ora si scopre il caporalato

Silvio Messinetti, il manifesto • 6/5/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Lavoro, economia & finanza • 705 Viste

Il caporalato nel centro d’accoglienza. Un oliato sistema di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro migrante. Lo schiavismo «legalizzato» per mesi, nonostante fosse già noto che sui contrafforti della Sila, nel fazzoletto di altopiano tra Camigliatello, Casole Bruzio e Aprigliano, c’erano sodalizi criminali che lucravano sui migranti, approfittando di un sistema di accoglienza che fa acqua da tutte le parti. Chi semina odio sulle Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo, si facesse piuttosto un giro in Calabria in quella teoria di alberghi, residence, B&B, trasformati in ghetti per migranti, vilipesi, maltrattati, vessati, ed ora si scopre pure agenzie di collocamento per caporali e lavoratori in nero. Non si tratta di Ong ma viceversa di sodalizi di speculatori foraggiati dallo Stato che affida (e rinnova) la gestione delle strutture. Li chiamano «centri di accoglienza straordinari». Ma non accolgono, non proteggono, non tutelano. Era l’estate scorsa quando una delegazione di LasciateCIEntrare ha ispezionato tutti i centri situati in Sila. Ecco com’era declinata l’accoglienza in salsa silana: ospiti costretti a dormire su materassi stesi sul pavimento, senza lenzuola né cuscini, la corrente elettrica assente, l’acqua calda, inesistente. I migranti mostravano irritazioni cutanee e lamentavano la mancanza di assistenza sanitaria. I fili dell’impianto elettrico erano scoperti e molti bagni privi di rubinetteria. Tutti gli abiti che i rifugiati indossavano erano stati donati dalla popolazione locale. E il pocket-money non veniva erogato dai gestori, nonostante questi ricevessero dal Viminale ben 35 euro al giorno per migrante.

L’inchiesta della procura di Cosenza che ieri ha portato all’arresto di decine di persone e al fermo di alcuni gestori dei centri d’accoglienza apre altri squarci, finora ignoti, sulla indegna condizione dei rifugiati. Una storia che lascia sgomenti. Gli elementi raccolti dagli inquirenti hanno permesso di accertare che gli ospiti, senegalesi, nigeriani e somali, venivano prelevati da due strutture, il Santa Lucia e il Centro giovanile jonico di Camigliatello, e portati a lavorare in campi di patate e fragole o impiegati come pastori per badare agli animali da pascolo. In particolare, il presidente e i due responsabili della gestione dei Cas risultano accusati di aver illecitamente reclutato i rifugiati a loro affidati per essere impiegati in nero, in concorso con i titolari delle aziende agricole. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. È il primo caso in Italia di applicazione della nuova legge sul caporalato. Durissimo il procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo: «E’ terribile che sia stata messa sotto i piedi la dignità delle persone che il nostro articolo 2 della Costituzione sancisce.

Con quale coraggio chiediamo aiuto agli altri se trattiamo così i nostri simili. Tutto nasce da una iniziale denuncia fatta da un migrante. C’è stato il coraggio di queste persone di denunciare e da quel momento si è sviluppata una attività di indagine che ha svelato l’esistenza di una vera e propria agenzia del caporalato». I migranti lavoravano per undici ore al giorno con paghe minime, 2 euro all’ora, per dieci ore al giorno. La tentata truffa è ipotizzata perché i Cas dislocavano i migranti nelle aziende pur incassando la quota che spetta per ogni migrante. E non finisce qui perchè il giro potrebbe allargarsi. «Ci sono indagini in corso e l’attività sta proseguendo», ha concluso l’aggiunto Marisa Manzini.

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