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Siria. Stragi Usa con 35 morti in due giorni

Medio Oriente. Tra Raqqa e il confine con l’Iraq sono stati colpiti dei civili, per lo più donne. Erdogan oggi va da Trump, mentre la Turchia comincia la costruzione di un altro muro

Chiara Cruciati, il manifesto • 16/5/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 656 Viste

Oggi il presidente turco Erdogan sarà alla Casa bianca, una visita che nelle parole di Ankara è «nuova pietra miliare dei rapporti bilaterali». Di certo si parlerà di Siria: Erdogan non ha nascosto la rabbia per la decisione del presidente Usa Trump di armare le Ypg di Rojava in marcia verso Raqqa.

Fucili, mitragliatrici, blindati e bulldozer che agli occhi di Washington servono a spianare la strada verso la “capitale” dell’Isis, a quelli di Ankara ad attaccare l’esercito turco che dall’agosto scorso porta avanti l’operazione anti-Rojava.

Ma non si muore di sola Turchia. Ieri si è registrato l’ennesimo massacro da parte della coalizione a guida Usa: 23 civili sono stati uccisi alle 3 del mattino quando il palazzo in cui dormivano, nel villaggio di Abu Kamal vicino al confine con l’Iraq, è stato centrato da bombe statunitensi. Per la coalizione si trattava di un quartier generale islamista, per gli attivisti locali di un rifugio per sfollati siriani da Deir Ezzor e Raqqa.

Il giorno prima erano stati 12 i morti (tutte donne) in un altro raid aereo statunitense nel villaggio Akayrshi, a Raqqa.

Morti invisibili con il nord della Siria che è un enorme campo di battaglia: se le truppe governative si stanno spostando verso il confine con l’Iraq per impedire l’afflusso di miliziani Isis in fuga da Mosul, la più attiva è sempre la Turchia.

Dove non opera con le armi, agisce con i muri: dopo i 700 chilometri di barriera lungo Rojava, ora sta procedendo alla costruzione di un altro muro al confine con l’Iran, con Rohjilat. L’obiettivo, scrive l’agenzia kurda Anf, è de-kurdizzare il Bakur, separandolo dalle comunità nei paesi vicini.

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