Stati Uniti: battaglia in piazza e al Senato contro la Trumpcare

Stati uniti. Repubblicani “ribelli”, democratici, cittadini e assicurazioni: il variegato fronte del no. Avanza la “civiltà” trumpiana: la Georgia autorizza le armi nelle università pubbliche

Marina Catucci, il manifesto • 6/5/2017 • Internazionale, Salute & Politiche sanitarie • 610 Viste

NEW YORK. Subito dopo il voto positivo della Camera che, per quattro voti, ha abrogato e sostituito le principali parti della legge sulla sanità di Obama, i repubblicani si sono riuniti con Trump nel Rose garden della Casa Bianca per brindare con la birra alla vittoria, ma non è tuttavia già tutto deciso: la legge si trova ora a doversi confrontare con un nuovo fronte di incertezze al Senato.

GIÀ DOPO IL VOTO DI GIOVEDÌ, un gruppo di senatori repubblicani ha dichiarato di non voler votare il disegno di legge e che avrebbe lavorato ad una nuova versione da discutere in Senato: qui la maggioranza repubblicana è più risicata. Si conoscono già i nomi di senatori, come Kasich ad esempio, che non hanno mai fatto mistero della propria avversione verso la nuova riforma di Trump.

Questa nuova legge sulla sanità, che potrebbe far perdere la copertura sanitaria a milioni di americani, ha una improbabile coalizione di oppositori che vede insieme, oltre a una parte dei repubblicani (anche alla Camera in 20 hanno votato contro), anche ospedali, medici e assicurazioni sanitarie perché l’impatto della riforma non riguarda solo i milioni di americani che perderebbero la copertura per via dei tagli.

LA NUOVA LEGGE autorizzerebbe i datori di lavoro a ridimensionare la copertura sanitaria che offrono come benefit ai propri impiegati, lasciando molte aree scoperte. Nemmeno una categoria tradizionalmente sicura, quella degli impiegati, si vedrebbe garantito il diritto base alla salute.

La prospettiva di milioni di persone senza una sufficiente copertura sanitaria preoccupa non solo le associazioni di consumatori e dei diritti dei cittadini, ma anche le assicurazioni che si avvalgono dei fondi governativi erogati dai programmi di Medicaid e Medicare. Tranne che ad una parte di politici repubblicani pare che questo disegno di legge scontenti letteralmente tutti.

SULLA SPONDA dei democratici, però, questo voto può rappresentare la via per riconquistare la Camera nelle elezioni di midterm del 2018. Nel voto passato per il rotto della cuffia giovedì, i democratici hanno intravisto l’immagine speculare della propria esperienza politicamente disastrosa che aveva toccato il loro partito ai tempi dell’Obamacare e hanno anche visto un’opportunità per vendicare la brutta sconfitta del 2010 e riconquistare la maggioranza della Camera.

«Penso che abbiano visto la morte in faccia – ha dichiarato il deputato democratico Connolly, riferendosi alle decine di repubblicani della Camera “costretti” a sostenere la legge dei leader ansiosi di conseguire una vittoria legislativa – I leader repubblicani hanno chiesto ai loro membri più vulnerabili di compiere un enorme azzardo e di rischiare un atto di fede che per esperienza vi garantisco non pagherà».

MENTRE A WASHINGTON si gioca una battaglia politica raffinata, migliaia di americani rischiano ben più di una debacle politica e sono già scesi in piazza per difendere quel poco di sanità di cui godono al momento. I social media forniscono i contatti necessari per inondare di email, fax, sms, telefonate i propri senatori chiedendo di votare coscientemente e minacciando di non riconfermarli, visto che a ciò sono più sensibili.

All’uscita del voto alla Camera, i deputati hanno trovato una folla inviperita che urlava «vergogna». Una folla che promette di non perdere il fiato nei prossimi giorni.

«Manifestare in America non è più una scelta – dice Aaron, militante dell’associazione per i diritti dei cittadini, in piazza a New York – Qua è diventata letteralmente questione di vita o di morte».

La stessa cosa devono aver pensato in Georgia, simbolo giovedì della “civiltà” trumpiana che avanza, la sottocultura della violenza: il governatore dello Stato, Nathan Dean, ha firmato il provvedimento che autorizza l’introduzione di armi da fuoco dentro le università pubbliche (esclusi dormitori e palestre).

Entrerà in vigore a luglio, nonostante le proteste di rettori, studenti e cittadini. Eppure un anno fa lo stesso Dean aveva posto il veto alla stessa legge. Con buona pace della memoria di Columbine.

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