GR MAGAZINE. Scrittori e scrittrici ricreando i nostri mondi

IN USCITA IL NUOVO NUMERO DI GR MAGAZINE

GR • 14/6/2017 • Global Rights • 635 Viste

Mantenendo la promessa fatta dopo l’uscita del primo numero di Global Rights Magazine dedicato a interviste con scrittori e scrittrici intitolato “La parola alla letteratura”, presentiamo queste nuove conversazioni con creatori di romanzi e racconti. E mentre lo facciamo non possiamo non promettere nuovamente futuri monografici che magari faranno incursione in altri generi letterari, la poesia, la cronaca giornalistica, la testimonianza…

 

In questo secondo appuntamento ancora una volta sono nove gli autori e autrici che parlano delle loro inquietudini, dei loro processi creativi nel contesto in cui vivono, delle loro intenzioni e influenze culturali. Siamo tentati a prendere il nove come numero magico o distintivo, però al di là della cabala, lasciamo nuovamente aperto il microfono per poter così nuovamente ascoltare le voci di persone che scrivono e creano la letteratura, con il lavoro creativo di ogni giorno.

 

Se volessimo sottolineare una cosa che unisce le voci che ci rispondono in questo numero, anche in questo caso in vari modi e in lingue differenti, questo sarebbe la passione. Passione di continuare a scrivere, raccontare, narrare e trasmettere storie nel mezzo di un’epoca dove prevale l’immediato, il sintetico, che tende a lasciar sfocate le importanti sfumature e dettagli che segnano le nostre vite e percezioni quotidiane, questa visione multi-polare che ci può permettere di comprendere e capire questo enorme e variegato insieme di persone che non sono “noi”. Per questo continuiamo a proporre questa specie di viaggio, come quello di Alice attraverso lo specchio, lo straordinario romanzo del XIX secolo, scritta dall’inglese Lewis Carroll, che ci rivela tutto al contrario o da diversi angoli.

 

Scrivere potrebbe sembrare, in questi tempi urgenti, una professione poco redditizia e ciononostante constatiamo, intervista dopo intervista, traduzione dopo traduzione, che scrivere non conosce frontiere, non identifica lingue, mercati o interessi, il che si traduce in quello che dicono e vogliono dire le persone che ci rispondono, che mostrano se stessi e rivendicano i loro intensi e vitali desideri di raccontare quello che provano, quello che li commuove, quello che i nostri occhi molte volte non possono captare d’immediato. Solo questo vale la pena dello sforzo che facciamo.

 

In questa epoca in cui ci è toccato vivere, piena di conflitti, guerre, pregiudizi e crisi di tutti i tipi (niente di diverso da qualunque epoca precedente), saper ascoltare, dimostrare interesse nel conoscere altre realtà, intendere e accettare chi abita in altre lingua, pratica credo differenti o ha altri costumi, si è trasformato in un valore in se stesso, un valore nettamente umano da rivendicare.

 

Per questo continuiamo, e continueremo, a domandare con curiosità alle persone che scrivono e ci raccontano storie e sentimenti. Non abbiamo una roadmap preventiva, ci interessano le lingue, le persone, le loro culture e i loro contesti diversi, nell’intento di intrecciare i creatori con i loro lettori reali, o potenziali, per condividere interessi e preoccupazioni al di là di qualunque distanza geografica, idiomatica, culturale o politica.

 

Abbiamo detto che le interviste sono 9, ma sicuramente ci saranno lettori minuziosi che si renderanno conto che in realtà sono 10. La ragione è che in realtà c’è una intervista che potremmo definire doppia, ovvero alla stessa autrice (e in questo senso, sono 9 gli intervistati).

 

Ci sembra rilevante il perché il 9 sembri in realtà un 10. Nella conversazione che apre la rivista la scrittrice del Kuwait Bothayna al-Essa parla esclusivamente della censura. Un termine minaccioso che continua ad essere troppo attuale e vogliamo lasciare sottolineato in rosso (il colore preferito dai censori) questo fantasma reale che persegue la letteratura dall’inizio dei tempi.

 

Le dichiarazioni di principio che ci offre Bothayin al-Essa sono un regalo di franchezza e integrità in mezzo ad una difficile realtà quotidiana, un “j’e accuse” alla censura diretta, strutturata e ufficiale, ma il tema ci sembra parecchio più ampio. Per questo vogliamo lasciarlo aperto, senza alcun pregiudizio culturale. Sempre sono esistiti modi diversi di censurare, limitare e condizionare i contenuti e le forme della letteratura, a seconda delle tradizioni e dai contesti culturali e storici di ogni territorio.

 

Le sfumature della censura hanno anch’esse molto a che vedere con la distribuzione, con quello che è politicamente corretto o accettabile, le linee editoriali dominate dalle grandi catene del ramo (che a loro volto sono frammenti di poteri più globali), la vulgata e le verità presuntamente accettate… Dilemmi sempre complessi e molte volte dolorosi per quel che riguarda le opzioni che alla fine devono accettare e scegliere gli scrittori e le scrittrici.

 

Se leggerete con attenzione vedrete che in alcune delle interviste questo sembra essere anche un tema trasversale e ricorrente in determinati contesti regionali, per questo vogliamo lasciarlo aperto, perché riteniamo che la solidarietà reciproca e attiva tra narratori e lettori in difesa della libertà di dire non è solo legittima. E’ imprescindibile.

 

Le nove testimonianze che offriamo in questa occasione includono due autrici della variegata e ricca letteratura araba, la già citata kuwaitiana, Bothayna al-Essa e la palestinese Sonia Nimr; lo scrittore e giornalista uruguaiano Fernando Butazzoni, premio nazionale di letteratura del suo paese; Joseph O’Connor, considerato il massiamo esponente della vitale letteratura irlandese contemporanea; gli interessanti scrittori italiani Enrico Palandri e Gianfranco Bettin; due narratori kurdi, Dilawer Zeraq e Muharrem Erbey, criminalizzati per difendere la loro identità e la loro lingua nella Turchia di oggi; e uno scrittore molto speciale perché ha deciso, dalla sua vita di guerrigliero delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo), di fare letteratura dall’interno di una guerra civile che sembra davvero e finalmente destinata ad arrivare al termine, dopo l’accordo di pace firmato tra l’organizzazione guerrigliera e il Governo colombiano.

 

Nove voci diverse e differenti che rispondono in questa occasione in spagnolo, inglese, kurdo, turco, arabo e italiano. Ci congediamo augurandoci che le loro parole offrano spunti di riflessione e aiutino a crearci nostre opinioni: opinioni che, per essere solide, hanno bisogno di abbastanza più caratteri dei meri 142 che ci permette twitter.

 

Petra Probst, artista e disegnatrice/autrice per l’editoria, ci ha regalato la meravigliosa “barchetta di carta” della copertina, e le illustrazioni il “bacio” che, come “le case dei libri”, compare all’interno. Il tema del disegno di copertina è dedicato al diritto alla cittadinanza e all’asilo politico ancorato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e fa parte di un progetto espositivo del Museo Diffuso della Resistenza di Torino. Il disegno “in viaggio” delle pagine centrali è pubblicato in “Mein großes Liederbuch” da arsEdition, che ringraziamo per consentirci la riproduzione.

Le interviste di questo numero sono state possibili grazie ad una ragnatela tessuta da Sawad Hussain, Marcia Lynx Qualey, José Miguel Arrugaeta e Orsola Casagrande. Le traduzioni sono di Sawad Hussain e Marcia Lynx Qualey (arabo-inglese), Berna Ozgencil (turco/kurdo-inglese), José Miguel Arrugaeta e Orsola Casagrande (inglese-spagnolo-inglese e inglese-italiano-inglese), mentre la grafica e l’impaginazione sono di Maider Varela Artesoro.

Le foto sono state donate dagli autori e autrici all’archivio Global Rights e la foto di Enrico Palandri è di Giorgia Fiorio.

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