Terremoto. L’accusa e le proposte della Cgil per le zone colpite

Terremoto. Susanna Camusso presenta un progetto per le aree colpite dal sisma

Mario Di Vito, il manifesto • 2/6/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Sindacato • 508 Viste

Che fine ha fatto Casa Italia? A nove mesi dal sisma che ha demolito buona parte dei paesi al confine tra Marche, Umbria e Lazio, il progetto annunciato in prima battuta dall’allora premier Matteo Renzi e poi ribadito dal suo successore Paolo Gentiloni resta una formula vuota, mentre ancora non si riesce a venir fuori dalla fase dell’emergenza, tra casette che non arrivano, sfollati che cominciano ad avere i giorni contati negli alberghi, una ricostruzione che non c’è e forse non ci sarà mai, mentre il segretario del Pd continua ad annunciare l’arrivo delle famigerate magliette gialle contro il degrado nei comuni del cratere.
Ad affondare il colpo adesso c’è anche la segretaria della Cgil Susanna Camusso, che nel presentare il «Progetto di sviluppo economico e sociale» che il sindacato ha stilato per le zone colpite dal sisma, non risparmia fendenti al governo per come ha gestito la situazione nell’Italia centrale.

«A QUASI UN ANNO dalla prima scossa di terremoto siamo ancora in emergenza – sostiene Camusso –, questo perché continuiamo a essere un paese senza una legge quadro sulle emergenze, ogni volta dobbiamo ricominciare da capo».
Per la segretaria della Cgil questo è «un bell’esempio collettivo di malgoverno» e i ritardi «sono anche dovuti al blocco delle risorse agli enti locali: mancano strutture e competenze amministrative. L’Italia è un paese generoso, ma oltre alla solidarietà serve la progettazione». E così si arriva al fantasma di Casa Italia, il grande non progetto che appare sempre e solo come spot.

«IL GOVERNO ha annunciato per le infrastrutture 47 miliardi di euro in tre anni – affonda il colpo la leader della Cgil –, ma si tratta di un livello che non ci porta alla situazione pre-crisi».
La soluzione sarebbero «interventi mirati per istruzione, sanità e assistenza». E questi sono i tre pilastri del «Progetto di sviluppo economico e sociale» del sindacato per le zone colpite dal sisma: «Bisogna ricostruire una comunità e per farlo dobbiamo immaginare come sarà in futuro. Nelle zone terremotate c’è una grande percentuale di agricoltura divisa in piccole e piccolissime aziende, senza un intervento serio è difficile pensare che possano rinascere. Se gestita correttamente, la ricostruzione può essere anche un’opportunità».

Per la Cgil, nel medio periodo, vanno realizzate nuove infrastrutture viarie e ferroviarie, oltre a nuove reti di comunicazione.

E ancora, si legge nel Progetto, bisognerà «ricostruire una rete di servizi di assistenza e prevenzione diffusa sul territorio, così da non gravare sulle strutture ospedaliere».

SUL FRONTE DEGLI EDIFICI scolastici, la Cgil propone l’apertura di nuovi corsi di laurea «attinenti alle tematiche della riqualificazione dei territori e dell’innovazione», perché c’è un patrimonio naturale e paesaggistico da salvaguardare: «È necessario promuovere, in collaborazione con l’Unesco, percorsi turistici in rete e progettare l’estensione e la riunificazione dei parchi naturali appenninici in modo da costruire un unico sistema nazionale».

«UNA VERTENZA MULTILIVELLO», insomma, che coinvolgerà le istituzioni – il governo, le Regioni, i Comuni – le università, le imprese, il terzo settore e i sindacati.Si tratta, in sostanza, di quello che avrebbero dovuto fare Renzi e Gentiloni in questi mesi, invece di perdersi in una ragnatela di decreti e di annunci, senza ancora essere riusciti ad arrivare a un punto preciso.

Perché, nelle zone distrutte dal sisma, il problema è tutto qui: l’emergenza è ancora in atto e nessuno sembra avere un’idea di come uscirne e progettare una qualche forma di futuro.

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