Le lotte globali dei lavoratori domestici

Nuovi movimenti per i diritti dall’Africa al Medioriente, America Latina e Europa. «Abbiamo bisogno di salari veri, giorni liberi e periodi di riposo, accesso alla sanità»

Roberto Ciccarelli • 18/6/2017 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 412 Viste

«I nostri problemi sono gli stessi di milioni di persone che non hanno accesso alle garanzie sociali»

Il movimento globale per i diritti dei lavoratori domestici è al centro della trasformazione del lavoro contemporaneo. Nelle sue lotte per uscire dall’invisibilità, riconoscere le caratteristiche di un lavoro alle attività di cura dei bambini e degli anziani e lo status di lavoratrici alle donne migranti che lo svolgono in maggioranza possono riconoscersi anche i ciclo-fattorini di Foodora o di Deliveroo, i «Turchi meccanici» di Amazon, oltre a chi risponde agli algoritmi di Task Rabbit, una piattaforma dedicata ai lavori domestici che definisce i lavoratori «conigli» («rabbits»).

LA RIDUZIONE dell’essere umano all’animale, a un’utilità meccanica o alla servitù personale è comune sia al lavoro organizzato via app, sia a quello più tradizionale di cura delle persone e del governo della casa. Il rapporto tra il gig-work e il lavoro domestico è così stretto da avere spinto Lilly Irani e Six Silverman, ricercatori tra i più originali che si occupano di lavoro digitale, a descrivere il lavoro on demand come quello dei «pulitori dei dati», una metafora ispirata al lavoro domestico dove si parla di «addetti alle pulizie». I data workers permettono di rendere più intelligenti gli algoritmi, cuore della produzione digitale, i lavoratori domestici sono la forza lavoro invisibile che rende possibile gli altri lavori.

LE LOTTE GLOBALI per i diritti del lavoro domestico mostra l’insospettabile centralità di una condizione, svalutata e stigmatizzata, comune a tutti i nuovi lavoratori, al di là della linea del colore, delle tipologie contrattuali e delle modalità delle prestazioni. Ai-Jen Poo, portavoce della National Domestic Workers Alliance, avvalora questa tesi. Con la crescita delle migrazioni, e l’ulteriore consolidamento dell’economia dei servizi, da oggi al 2030 molte occupazioni passeranno dal capitalismo delle piattaforme e nel lavoro di cura delle persone. È una visione ben più realistica sulla fine del lavoro provocata dall’automazione. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) i lavoratori domestici oggi sono più di 67 milioni. Numeri destinati ad aumentare in un’economia che avrà bisogno tanto di servizi che di cura delle persone.

IN UN’ECONOMIA «UBERIZZATA» il lavoro sarà povero, desalarizzato e decontrattualizzato. Quello che già viviamo oggi, moltiplicato per cento. Da Hong Kong a Londra, dalle Filippine alla Francia, dal Medioriente agli Stati Uniti, i movimenti dei lavoratori domestici – dizione che in inglese è usata per indicare la totalità del lavoro di cura – si trovano al centro di un processo epocale e hanno individuato un metodo per rovesciare una realtà difficile. Le lotte cresciute dall’inizio degli anni Duemila propongono modelli di solidarietà attiva che vanno dalle forme di auto e mutuo aiuto alle coalizione con sindacati e movimenti anti-razzisti e neo-femministi. L’obiettivo principale è rompere l’invisibilità sociale del lavoro di cura – e del lavoro in generale – riconoscendogli i diritti sociali fondamentali. L’importanza di queste lotte riguarda anche il senso politico delle parole. La «serva», precisa la sindacalista messicana Marcelina Bautista, è un concetto feudale il cui significato non corrisponde alla nozione di lavoro o di soggetto di diritto. «Domestica» evoca il trattamento degli animali addestrati a vivere nella casa del padrone. Pina Brustolin, protagonista della storia di una delle più antiche organizzazioni del lavoro domestico in Italia – le Acli Colf – sostiene che il riconoscimento del ruolo delle lavoratrici ha portato anche a una trasformazione semantica: la «serva» è diventata «collaboratrice domestica» (Colf) o «house manager» in coreano. L’emancipazione passa anche dalla trasformazione delle parole usate dai padroni per definire la forza lavoro e genera, a sua volta, nuovi conflitti contro una condizione di subordinazione in cui si mescolano molteplici identità: la donna migrante, la donna etnicizzata, quella delle classi povere, ad esempio.

LA NUOVA GENERAZIONE di lotte ha prodotto una discontinuità anche nella cultura politico-sindacale. Si è pensato che fosse impossibile organizzare sindacalmente il lavoro domestico. Oggi non è più così. Sempre di più il lavoro domestico è considerato come un «vero» lavoro. Tale riconoscimento permette di accedere ai diritti senza passare dalle dinamiche della vittimizzazione che colpisce le donne migranti. Molte legislazioni, infatti, non le riconoscono come lavoratrici e concedono i diritti solo dopo l’accertamento di una violenza subìta. «Ma dobbiamo arrivare a questo per ottenere una protezione? – domanda Marissa Begonia, lavoratrice filippina a Londra e fondatrice del sindacato Justice For Domestic Workers con mille affiliati – Noi abbiamo bisogno di diritti formali, salari veri, giorni liberi e periodi di riposo, accesso alla sanità».

NEI MOVIMENTI FEMMINISTI, come «Non una di meno» in Italia, si ritiene che il lavoro delle migranti vada slegato dal possesso di un permesso di soggiorno e collegato ai diritti fondamentali della persona indipendentemente dalla prestazione. Ciò permetterebbe di sottrarsi al ricatto in cui vivono. Se denunciano il datore di lavoro, possono perdere il lavoro, e quindi il visto. Sfruttate ed espulse: una doppia pena, direbbe il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, che le rende ancora più vulnerabili.

UNA LEGGE NON BASTA, tuttavia. Il Servicio Doméstico Activo in Spagna, racconta Ana Espinoza, affronta il problema di una norma che ha riconosciuto il lavoro domestico, negando però il diritto alla disoccupazione ai 600 mila che lo svolgono – il 90% sono donne, e il 50% immigrati. Persone che guadagnano salari da 400 a 800 euro al mese e sono imprigionate nella trappola del lavoro gratuito. «I datori violano il codice del lavoro imponendo orari di lavoro molto più lunghi, noi cerchiamo di far riconoscere i collaboratori domestici come lavoratori» aggiunge Zita Cabais Obra, lavoratrice filippina e avvocatessa della Cfdt in Francia. Esigenze che ritornano, tra l’altro, anche nelle esperienze del lavoro dipendente mascherato da apprendistato o da volontariato. Vent’anni di movimenti nel lavoro domestico confermano che il conflitto è lo strumento che piega la legge al rispetto dei diritti e rivelano alla forza lavoro isolata e individualizzata una condizione comune.

***Il libro***
Due generazioni di conflitti per i diritti e il riconoscimento della dignità del lavoro domestico sono raccontati dal libro Domestic workers speak: a global fight for rights and recognition, curato da Giulia Garofalo Geymonat, Sabrina Marchetti, Penelope Krytsis e pubblicato sul sito di OpenDemocracy-Beyonf Trafficking and Slavery. Dal libro è tratto anche il racconto di Ai-Jen Poo tradotto in queste pagine. Questa storia costellata di prese di parola e processi di auto-organizzazione è stata anche l’oggetto del convegno all’università Ca’ Foscari di Venezia «The Global Fight for Domestic Workers’ Rights» organizzato dal progetto «DomEQUAL».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

 

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