Profilo genetico. Il DNA dei boss in banca dati

Le identità genetiche dei detenuti e le tracce di ignoti prelevate sulle scene dei delitti. Così l’archivio biologico sta diventando l’arma in più contro reati seriali e terrorismo

Giusi Fasano e Fiorenza Sarzanini • 3/7/2017 • Carcere & Giustizia, Scienze & Tecnologie • 850 Viste

Alcuni boss della criminalità organizzata sono diventati maniaci dell’invisibilità. Non vanno più a bar, non al ristorante, non fumano più in pubblico e se lo fanno portano a casa il mozzicone. Anche i piccoli malavitosi hanno imparato che è meglio non bere caffè né toccare bicchieri o altro davanti ai poliziotti. Motivo? Per non lasciare tracce organiche o impronte.

Tutto inutile, ovviamente. Perché, salvo vivere sotto una campana di vetro inaccessibile al mondo, è praticamente impossibile attraversare una giornata senza lasciare tracce biologiche. Che il Dna trovi sempre più spazio nei casi giudiziari del nostro Paese è sotto gli occhi di tutti. Quello che ancora non è chiaro sono le sue potenzialità (davvero enormi) per trovare soluzione a migliaia e migliaia di casi finora dimenticati o non risolti. L’anno che farà la differenza è qui e la differenza si chiama Banca Dati. Da gennaio di quest’anno è operativo lo strumento che l’Italia aveva voluto a giugno del 2009 ratificando il trattato di Prùm: la Banca Dati nazionale del Dna, appunto.

Il sistema di certificazione

Dopo infinite discussioni sul fronte delle garanzie per la privacy, dopo decreti vari per stabilire le modalità di esecuzione delle analisi, la sicurezza informatica e le regole per la cancellazione dei dati, finalmente l’archivio delle identità biologiche ha preso forma e diventa ogni giorno più ricco. Si fa per dire, ricco. Perché il lavoro è all’inizio e al momento nel server che raccoglie di dati ci sono i profili di 800 ignoti: ottocento codici alfanumerici a ciascuno dei quali corrisponde una identità biologia raccolta sulla scena di un crimine.

Per poter inserire un profilo genetico nella Banca Dati e partecipare alla creazione dell’archivio nazionale è necessario passare attraverso il severissimo giudizio di Accredia, la società che certifica l’osservazione di ogni regola e che accredita i singoli laboratori.

Quelli finora accreditati sono 14: tre fanno capo alle sezioni di genetica forense delle università di Roma Tor Vergata, Firenze e Ancona; altri tre sono istituti privati (a Milano, Reggio Calabria e Orbassano, vicino Torino); quattro sono laboratori scientifici della polizia (Torino, Napoli, Palermo e Roma) e altri quattro dei carabinieri (i Ris di Parma, Roma, Messina e Cagliari).

Il quindicesimo e ultimo dei laboratori previsti al momento non è ancora accreditato (è in fase di validazione) e sarebbe il laboratorio centrale di Roma, a Rebibbia. È fra tutti il più importante perché è lì che finiranno i campioni di dna prelevati con il tampone salivale ai detenuti in uscita dalle carceri o a chi si trova agli arresti domiciliari per reati non colposi.

In questi mesi sono stati prelevati circa 50 mila campioni salivali che però sono fisicamente fermi nelle stazioni dei prelievi perché, non avendo l’accredito, il laboratorio centrale di Rebibbia non può analizzarli e tracciare per ognuno il profilo genetico da inserire nella Banca Dati.

Ovviamente, proprio come avviene per i profili di ignoti raccolti dalla scena di un crimine, anche nel caso dei detenuti il codice alfanumerico generato attraverso la cosiddetta tipizzazione non sarà collegato a nessun nome e cognome. Nella Banca Dati finiranno soltanto stringhe di numeri e lettere, ognuna delle quali descriverà le caratteristiche genetiche di un soggetto.

La differenza, una volta inseriti i dati, la farà il match, cioè il fatto che due profili combacino. Un esempio concreto: domani mi arrestano per rapina e vengo sottoposta al prelievo salivale. Il mio profilo genetico finisce in forma anonima nella Banca Dati e si scopre — ecco il match — che la mia identità genetica combacia perfettamente con quella finora ignota lasciata sulla scena di una vecchia rapina. Il che prova, dal punto di vista giuridico, la mia presenza sul luogo della vecchia rapina. Altro esempio: in diverse violenze sessuali si rilevano ogni volta tracce biologiche di uno sconosciuto. Inserirle nella Banca Dati, da ora in poi ci dirà in tempo reale se e in quanti dei casi esaminati l’autore è sempre lo stesso.

Il confronto immediato

Le attese più alte sono proprio per i reati seriali: le rapine, i furti, le violenze sessuali, appunto. Le statistiche più aggiornate del Ministero dell’Interno dicono che i reati registrati in Italia sono più di 2 milioni e 400 mila (dal 1 agosto 2015 al 31 luglio 2016) di cui 32 mila rapine e 1 milione e 300 mila furti. Avere una Banca Dati renderà possibile quello che finora non lo era: un confronto immediato fra un profilo appena raccolto sulla scenda di un delitto e tutti gli altri archiviati in precedenza.

Luigi Carnevale dirige da un anno il servizio di polizia scientifica. Ricorda con orgoglio che «stiamo lavorando sulla base della migliore disponibilità strutturale e tecnica possibile» e che «è stato da poco autorizzato il raddoppio dei nostri biologi, da 32 a 64».

Il professor Andrea Lenzi ordinario di endocrinologia alla Sapienza di Roma, è il presidente del Comitato nazionale di biosicurezza, biotecnologie e scienze della vita, organo di garanzia e controllo che rilascia i nulla osta ai laboratori. «Siamo gli ultimi in Europa a dotarci della Banca Dati — spiega —, direi che ci vorrà almeno un anno prima di avere un numero di profili che possa dare risultati apprezzabili con i match. Noi non abbiamo ancora dato il nostro nulla osta a tutti i laboratori e soprattutto serve tempo per analizzare i profili stoccati. Quando avremo decine di migliaia di identità genetiche, la cosa comincerà a farsi interessante».

La privacy e il software

Giuseppe Novelli genetista nonché uno vicepresidenti del Comitato, aggiunge che «lavoriamo a stretto contatto con il Garante della privacy» e che «possiamo segnalare la non conformità e chiedere la revoca di un laboratorio, se la qualità non fosse garantita». Il software che permette di organizzare i dati si chiama Codis (Combined Dna Index System), arriva dall’Fbi e lo gestisce la Criminalpol, struttura interforze di polizia, carabinieri, guardia di finanza e penitenziaria.

Ci sono casi per i quali è prevista la cancellazione dei dati. Per esempio se l’individuo a cui si riferiscono viene assolto definitivamente oppure quando il profilo della traccia fa match con un nome: significa che il caso è stato risolto, che la traccia trovata su questa o quella scena del crimine non appartiene più a una persona ignota quindi si cancella. Attenzione, però: si annulla la traccia biologica recuperata sulla scena del crimine, non quella ottenuta dalla saliva del detenuto con il quale quella traccia ha fatto match che, invece, sarà conservata dai 30 ai 40 anni, a seconda del reato.

Lo sappiano i boss smaniosi di invisibilità: il loro diritto all’oblio genetico varrà fra 40 anni, a patto che nel frattempo restino invisibili per la legge.

FONTE: Giusi Fasano e Fiorenza Sarzanini, CORRIERE DELLA SERA

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