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«Le pensioni per i giovani? Basta una parte degli 80 miliardi di risparmi Fornero»

L’economista Matteo Jessoula. La riforma dell’era Monti ha generato un benefit per lo Stato che adesso è giusto restituire alle nuove generazioni. Combinando salario e reddito minimo si può riuscire a coprire tutti

Massimo Franchi • 5/7/2017 • Lavoro, economia & finanza • 521 Viste

«Per evitare un conflitto generazionale sulle pensioni l’unica via è rendere il sistema redistributivo utilizzando anche solo una piccola fetta degli 80 miliardi di risparmi generati dalla riforma Fornero sui conti dello Stato». Matteo Jessoula, giovane professore associato alla Statale di Milano ed esperto di previdenza, commenta così il Rapporto annuale dell’Inps.

Il presidente Boeri dice che i migranti sono necessari per tenere in piedi i conti dell’Inps. È una risposta pragmatica alla xenofobia dilagante?

Matteo Jessoula
Matteo Jessoula

 

 

 

 

 

 

 

Sì, e Boeri ha fatto bene a puntare su questo tema, come sull’occupazione femminile. I dati dimostrano che i rifugiati economici o da guerre sono 2,3 milioni e, anche se hanno un tasso di disoccupazione più alto (500 mila unità), contribuiscono con 11 miliardi di Irpef e 7 miliardi di contributi. Questi lavoratori hanno un profilo demografico sempre più giovane rispetto agli italiani e spesso non hanno famiglie a carico, sono dunque contribuenti netti dal punto di vista pensionistico. È giusto allora sottolineare il loro tratto inclusivo sia dal punto di vista economico che da quello sociale. L’occupazione femminile invece è quella che ha risentito più della crisi. Ora è giusto tornare a parlare di aumentarla e di conciliazione dei tempi di vita.

Su altri temi mi pare invece che Boeri non la racconti tutta. Se i troppi paletti al Reddito di inserimento appena istituito dal governo sono oggettivi, la diatriba sul salario orario minimo è stucchevole: vorrebbe pagare tutti i giovani con i nuovi voucher?

Credo che l’unica strada percorribile sia quella di introdurre un salario di cittadinanza assieme a quello minimo orario. Solo un’introduzione congiunta può aiutare i bassi salari che con la crisi sono stati spinti sempre più verso il basso. Solo con entrambi questi due strumenti i lavoratori potranno dire di no a salari da fame.

Lei fin dal 2012 critica «Il welfare all’italiana» perché poco redistributivo. Le ricette di Boeri – gli interventi sulle pensioni più alte – migliorerebbero le cose?

Nel breve periodo, anche a causa dei vincoli normativi imposti dalla Corte Costituzionale, non avrebbero molti effetti. La sperequazione fra le pensioni in Italia è più alta rispetto al resto d’Europa e si può ridurre intervenendo sulle pensioni più basse. In questo senso la 14esima è un primo passo.

Per le pensioni dei giovani ora il governo si limiterà a un acronimo: Rita (rendita integrativa temporanea anticipata) che permetterà a 60 anni di riscattare in anticipo la pensione complementare, per chi ce l’ha. Meno di un bonus…

Non è certo quello di cui c’è bisogno, è un intervento non redistributivo. La previdenza complementare in Italia doveva essere la seconda gamba del sistema ma ormai tutti gli studi sono concordi: ha fallito. Solo il 30% dei lavoratori ce l’ha. Finirà con rafforzare solamente le pensioni dei lavoratori più forti, con contratti stabili e duraturi. Il dramma rischia di essere per chi ha e avrà una carriera lavorativa discontinua e precaria. Per questo più che puntare sul Rita sarebbe meglio seguire la proposta di Michele Raitano che punta a una pensione di garanzia in relazione all’età e agli anni di attività (non di contributi). Certo, vanno valutati i costi ma è la prima idea concreta per redistribuire le risorse del sistema previdenziale. Davanti a un mercato del lavoro sempre più flessibile il pilastro pubblico delle pensioni deve per forza di cose essere redistributivo. In Olanda ad esempio c’è una pensione pubblica uguale per tutti, come da noi la sanità.

Non pensa che Boeri stia alimentando da tempo lo scontro generazionale mentre è la qualità della spesa pensionistica che andrebbe rivista?

È vero che le famiglie italiane sono state un ammortizzatore sociale per i giovani, quelle più ricche almeno. Per evitare lo scontro generazionale serve uno sforzo cooperativo fra governo e parti sociali per redistribuire risorse verso le giovani generazioni: in quella fra i 15 e i 39 anni ci sono 2 milioni di disoccupati, un numero fisso da anni. Le risorse per redistribuire ci sono: gli 80 miliardi di risparmi che la riforma Fornero genera. Bastano 4 miliardi per un reddito minimo dignitoso, anche meno per politiche attive degne di questo nome.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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