razzismo

Per Ibrahim Manneh niente soccorso né ambulanze, Napoli tra malasanità e razzismo

Migranti. Un giovane ivoriano di 24 anni, in Italia da 7 e con un lavoro, muore dopo un’odissea di 10 ore

Adriana Pollice • 12/7/2017 • Osservatorio razzismo & discriminazioni • 507 Viste

NAPOLI. Ibrahim Manneh ha 24 anni ed è ivoriano, è arrivato in Italia nel 2010, quando era ancora un ragazzino. Si è stabilito a Napoli, vive a Forcella dove divide un appartamento con altri migranti e il fratello più piccolo, Bakary, di 22 anni.

Ibrahim lavora, frequenta lo sportello legale del centro sociale Ex Opg Je so’ pazzo, che segue per lui la pratica per ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ci va anche nel tempo libero perché parla cinque lingue e dà una mano con i ragazzi appena arrivati nei Cas.

Domenica mattina si sente male, dieci ore dopo è morto. Altre 9 ore passano prima che al fratello venga comunicato il suo decesso. Persino fare la denuncia da parte degli avvocati dello studio Arena-Tondi è stata un’impresa. Oggi alle 16 ci sarà un corteo da piazza Garibaldi alla prefettura: la famiglia, gli amici e gli attivisti vogliono la verità.

Domenica mattina Ibrahim si presenta al Pronto soccorso del Loreto Mare con la sua tessera sanitaria. In ospedale, dopo il decesso, viene sequestrato il documento relativo all’accesso: lamentava vomito e un forte dolore addominale ma si sarebbe allontanato prima di essere visitato. Invece Ibrahim ha raccontato di essere stato lì due ore e che il personale gli ha fatto un’iniezione e l’ha mandato a casa senza alcuna prescrizione o diagnosi.

Finito l’effetto del farmaco, nel pomeriggio Ibrahim si sente male, si accascia a terra a piazza Garibaldi, vomita. Il fratello e il coinquilino, Kemo Ceesay, chiamano l’ambulanza che non arriva. Si rivolgono a un farmacista che chiama ancora il 118 senza esito. Fermano un’auto dei carabinieri per chiedere aiuto ma vengono allontanati.

Si rivolgono a un taxi a piazza Mancini. Il guidatore chiede 10 euro per la corsa, i soldi ci sono allora si rifiuta di accompagnarli: «Senza autorizzazione della polizia non posso portare i neri al Pronto soccorso» dice ai tre mentre Ibrahim sta male.

Lo portano in un’altra farmacia dove gli vendono 15 euro di medicinali, a casa li prende e peggiora. E’ ormai sera, intorno alle 23 chiamano gli attivisti dell’Ex Opg che contattano il 118: per la terza volta niente ambulanza, non si può mandare «per un ragazzo che vomita» dice l’operatore ma almeno dà un consiglio, rivolgersi alla Guardia medica. Una seconda volante si rifiuta di fermarsi così i ragazzi portano di peso Ibrahim fino a piazza Nazionale.

Il medico di turno lo visita e chiama di corsa l’ambulanza che, al quarto tentativo, finalmente arriva. Ibrahim si ritrova di nuovo al Loreto Mare, sono le 2.30 di notte. Nessuno saprà più nulla fino alle 11 di lunedì quando Bakary viene informato del decesso ma dovrà attendere fino alle 21.30 per avere notizie: la morte del fratello sarebbe avvenuta per una perforazione all’addome quando era già tardi per operare.

La piccola comunità che si è riunita al Loreto Mare decide di sporgere denuncia. Raccolte le testimonianze, non riescono a depositarla al drappello dell’ospedale perché è stato chiuso, causa progressiva dismissione del nosocomio.

La questura non vuole protocollarla perché è cosa da drappello ospedaliero, che di solito procede a sequestrare cartelle e salma. La direzione del Loreto intanto ha allertato la polizia: arrivano tre volanti che minacciano i migranti, identificano l’avvocato e rifiutano di aprire il drappello: «Dovete farli andare a casa altrimenti interveniamo noi, poi non vogliamo sapere niente di video e reato di tortura» dice il responsabile ai ragazzi dell’Ex Opg.

A mezzanotte e mezza di lunedì la questura finalmente accetta la denuncia.

Solo ieri mattina Bakary ha potuto vedere la salma di Ibrahim mentre la polizia presidiava l’ospedale. «Un’odissea di razzismo e malasanità» è la definizione che dà Aboubakar Soumahoro, portavoce della Coalizione Internazionale sans-papiers, migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

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