è scontro tra ONG e Viminale sul Codice per i salvataggi

Migranti. Le organizzazioni contestano le nuove regole volute da Minniti Venerdì nuovo incontro con le proposte di modifica al testo

Carlo Lania • 26/7/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 411 Viste

E’ stato solo un primo incontro utile per avviare la discussione sul nuovo Codice di condotta, ma almeno per ora tra il Viminale e le Ong che salvano i migranti nel Mediterraneo le posizioni restano molto distanti. A essere contestati dalle organizzazioni umanitarie sono stati soprattutto tre punti qualificanti delle nuove regole volute dal ministro Marco Minniti: il divieto di ingresso in acque libiche per soccorrere i barconi carichi di migranti, il divieto di trasferirli su navi più grandi dopo il salvataggio e la disponibilità a far salire a bordo delle navi agenti di polizia giudiziaria che indagano sul traffico di uomini. Tre punti che per le Ong rappresentano altrettanti ostacoli alla possibilità di dare il via libera, seppure senza molto entusiasmo, alle nuove regole. Il Codice «è contro le leggi marittime in molti punti», ha commentato al termine della riunione la responsabile di Sea Watch, una delle Ong presenti, Sandra Hammamy. Che a scanso di equivoci ha chiarito la posizione rispetto a un’altra delle richieste del Viminale: «Non accetteremo mai la presenza della polizia e bordo, siamo un’organizzazione umanitaria, salviamo vite».

Che l’incontro sarebbe stato tutto in salita si sapeva da tempo, almeno da quando sono cominciate a circolare le prime anticipazioni sul codice messo a punto dal Viminale. E’ toccato al capo di Gabinetto Mario Morcone, che guidava una delegazione della quale facevano parte anche rappresentanti della Guardia costiera e dei ministeri degli Esteri e dei Trasporti, illustrare le nuove regole ai rappresentanti delle Ong. Oltre a Sea Watch, Medici senza frontiere, Save the Children, Proactiva open arms, Moas, Sea-Eye e Jugen Rettet. Il Viminale punta non solo a regolare l’attività delle navi umanitarie ma anche a fare in modo che, almeno in acque territoriali libiche, le operazioni di soccorso siano di completa responsabilità della Guardia costiera di Tripoli. Proprio ieri la Libia si è detta pronta a creare una propria area di ricerca e salvataggio Sar (Search and rescue), anche se non è ancora chiaro se sarà poi davvero in grado di presidiarla. In quelle acque, comunque, al ministero degli Interni vorrebbero che non entrassero più le navi umanitarie a meno che – come è scritto nel Codice – non esista un pericolo evidente per le vite di coloro che si trovano su imbarcazioni che sono quasi sempre delle carrette. «Ma noi nel Mediterraneo ci siamo per solidarietà, per salvare le vite dei migranti. E comunque tutti i nostri interventi sono sempre coordinati con la Guardia costiera», hanno replicato le organizzazioni.

Seppure minimi, esisterebbero comunque i margini per una trattativa, con Save the Children e Moas che sarebbero più disponibili al dialogo rispetto alle altre Ong. Venerdì prossimo si terrà una nuova riunione al Viminale nelle quale le organizzazioni presenteranno propri emendamenti al Codice. Chi alla fine lo accetterà avrà un rapporto privilegiato con il ministero degli Interni e facilitazioni nelle operazioni di attracco nei porti. Resta ancora da capire cosa accadrà alle Ong che invece manterranno una posizione di rifiuto.«Di sicuro non ostacoleremo lo sbarco dei migranti, che comunque hanno la precedenza su tutto», assicurano al Viminale. Dove ricordano però che saranno svolti maggiori e più severi controlli su navi ed equipaggi. Senza escludere la possibilità di un’eventuale contestazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Una possibilità che lascia a dir poco perplessi i responsabili delle organizzazioni umanitarie. «L’Italia è stata lasciata sola nel fronteggiare l’emergenza, ma noi Ong siamo l’anello debole della catena – ha sottolineato sempre Hammamy, di Sea Watch – Non è giusto scaricare su di noi tutte le colpe».

Intanto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha reso noto di essere pronto a finanziare con 100 milioni di euro l’apertura di campi profughi in Italia. Bruxelles vorrebbe però campi di detenzione nei quale trattenere i migranti prima di rimpatriarli se non esistono le condizioni per la concessione dell’asilo. Su questo punto, però, l’Italia non sembra disposta a cedere.

FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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