Spianata Al Aqsa, telecamere al posto dei metal detector

Gerusalemme. Scambio tra Tel Aviv e Amman: libera la guardia dell’ambasciata che ha ucciso due giordani

Chiara Cruciati • 26/7/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 393 Viste

Israele fa marcia indietro dopo la quasi-crisi con la Giordania. Ma installa camere per identificare chiunque entri sulla Spianata: resta il timore tra i palestinesi di una modifica dello status quo

«Dobbiamo conoscere tutti i dettagli prima di decidere se pregare all’interno di al-Haram al-Sharif». Il muftì di Gerusalemme, Mohammed Hussein, spiega la continuazione della protesta palestinese per le misure prese da Israele dentro la Spianata delle Moschee.

Lunedì notte le autorità israeliane hanno rimosso i metal detector nella zona più sensibile, la Porta dei Leoni, l’accesso riservato ai fedeli musulmani.

Illuminati dai lampioni gialli della città vecchia, gli operai li hanno smantellati, caricati sui furgoni e portati via. Una retromarcia attesa dopo la quasi-crisi con la Giordania, custode dei luoghi islamici di Gerusalemme, e passata per il caso della guardia dell’ambasciata israeliana ad Amman che domenica ha ucciso due cittadini giordani.

Israele ha ottenuto il rientro a Tel Aviv della guardia, aggredita da una delle due vittime con un cacciavite. Dietro, dice la sicurezza giordana, non ci sarebbe stata al Aqsa, ma una lite per un ritardo nella consegna di alcuni mobili al compound.

Ieri l’ufficio del premier Netanyahu dava per rientrata la crisi: il personale diplomatico è tornato in Israele e la guardia non è stata interrogata dalla polizia giordana, ma ha avuto solo un breve colloquio alla presenza di funzionari israeliani.

A decidere la rimozione è stato un meeting d’urgenza convocato lunedì notte e in parte frutto della mediazione dell’inviato Usa Greenblatt, volato di corsa ad Amman e Tel Aviv.

La polizia israeliana – che aveva insistito contro il parere dei servizi segreti – ha capitolato: via i metal detector, ora si pensa ad altre misure. «Abbiamo corretto il precedente errore», è stato il commento del ministro israeliano Galant alla Army Radio.

Al vaglio ci sono telecamere di sicurezza in grado di scansionare i volti e identificare ogni persona che entra nella Spianata, «tecnologie avanzate» da implementare in «sei mesi» (ma che, denunciano i gerusalemiti, sono già ampiamente usate) e accompagnate da un ulteriore militarizzazione della città vecchia, ovvero un aumento della polizia israeliana.

E la protesta continua: ieri marcia a Gaza e scontri con l’esercito in Cisgiordania. A Gerusalemme si è continuato a pregare fuori da al Aqsa: per i palestinesi resta il tentativo di modificare lo status quo del sito religioso e il suo controllo da parte delle autorità israeliane.

Non cambierebbe nulla, dicono. Anzi, sarebbe peggio: «Le telecamere potranno identificare facce e identità – spiega l’analista Khalil Shaheen ad Al Jazeera – Significa che Israele impone il proprio controllo su al-Haram al-Sharif. Il ruolo giordano verrebbe messo in un angolo e la presenza delle guardie palestinesi sarebbe nulla. Molti palestinesi che rifiutano di pagare le tasse a Israele a Gerusalemme, molti di quelli che dalla Cisgiordania entrano senza permesso per pregare, molti attivisti politici verrebbero identificati e sarebbe molto pericoloso».

Si legittimerebbe, dicono i palestinesi, l’autorità israeliana su Gerusalemme (per il diritto internazionale occupata illegalmente) e il controllo sulla Spianata, per Tel Aviv il Monte del Tempio nel mirino dell’ultranazionalismo religioso.

Ieri i leader religiosi di Gerusalemme hanno detto che non accetteranno il piano se comporterà cambiamenti della situazione precedente al 14 luglio.

Israele, da parte sua, sotto pressione dei paesi arabi con cui intesse relazioni più o meno ufficiali, è stato costretto ad arretrare, consapevole che le tensioni potrebbero condurre ad un’escalation, già realtà visti i bilanci delle vittime (11 palestinesi e 5 israeliani) e dei feriti (1.100 palestinesi in 9 giorni).

I palestinesi hanno dimostrato di sapersi organizzare, anche senza leadership politica, a difesa dei simboli della propria identità e di poterlo fare con la disobbedienza civile di cui la preghiera di massa lungo le mura della città vecchia è stata potente simbolo.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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