Roma. Atac, lo spettro della privatizzazione

Dopo le dimissioni del direttore generale Bruno Rota, il Pd coglie l’attimo e si scaglia contro la presunta «amicopoli» del governo pentastellato della sindaca Raggi

Eleonora Martini • 30/7/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 666 Viste

Roma Capitale . Il ministro Calenda firma il referendum sulla liberalizzazione di Radicali Italiani. Per il No, Sinistra italiana

ROMA. Lo spettro del fallimento della municipalizzata Atac e il calvario quotidiano di milioni di cittadini aspiranti utenti del trasporto pubblico a Roma sono già passati in secondo piano davanti alle accuse esplicite di malcostume politico, se non peggio, formulate contro il governo pentastellato della Capitale e in particolare contro il presidente della commissione Trasporti, Enrico Stefàno, dall’ormai ex direttore generale Bruno Rota. Il dibattito si è spostato pesantemente sul fronte “giudiziario”. Dal centrodestra al centrosinistra si leva una sola voce. E sembra quella di Grillo.

«Nell’azienda dei trasporti di Roma i grillini, che dovevano fare la rivoluzione, invece fanno come gli altri, anzi peggio: raccomandando gli amici degli amici. Noi non prendiamo lezioni di moralità da quelli che hanno due morali», coglie l’occasione Matteo Renzi. Il Pd romano trova nella possibile “trasportopoli” nuova linfa vitale per tentare di risorgere: «Sarebbe il colmo scoprire un’amicopoli grillina – afferma Stefano Pedica – dopo che i 5 Stelle si sono presentati come i paladini della legalità e della trasparenza».

Rincara la dose l’ex candidato sindaco Roberto Giachetti che invita, come «unica via d’uscita», a firmare per il referendum di Radicali italiani sulla liberalizzazione del servizio, come ha peraltro fatto ieri il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. «Da quando sono al potere, da un anno – scrive Giachetti – il M5S e la sindaca Raggi hanno solo cacciato via gli amministratori che nelle aziende stavano risanando i problemi causati anche da responsabilità collettive negli anni passati. Rettighieri è stato cacciato dall’Atac, Fortini è stato cacciato dall’Ama, Irace è stato sostanzialmente cacciato dall’Acea». Ignazio Marino però lo hanno cacciato via loro.

I parlamentari di Idea, Andrea Augello e Vincenzo Piso, vanno invece direttamente in procura a presentare un esposto e annunciano di aver cominciato a lavorare per «approfondire i rapporti tra il Movimento 5 Stelle e la società “Conduent” esplicitamente citata nelle esternazioni del dottor Rota».

E il maganer, tornato nella sua Milano, nel corso di altre interviste pubblicate ieri ha confermato di aver ricevuto pressioni da Stefàno in favore della Conduent, multinazionale Usa nata un anno fa da una costola della Xerox e che è diventata quasi un monopolista della bigliettazione in Lombardia.

Solo i colleghi di movimento di Stefàno corrono in suo aiuto, come possono. Lanciano l’hashtag #iostoconEnricoStefàno, e confidano in un tormentone digitale.

Rota però ha anche mostrato la lettera di dimissioni datata 21 luglio che a suo dire la sindaca Virginia Raggi avrebbe voluto respingere, smentendo così che le deleghe gli fossero state ritirate dall’amministratore unico di Atac, Manuel Fantasia. Per l’ex Dg, nominato nell’aprile scorso, da subito sarebbe apparso chiaro che il concordato preventivo in continuità (una sorta di patteggiamento del debito con i creditori) avrebbe potuto essere l’unica strada per salvare la municipalizzata (che a luglio non è riuscita neppure a versare le quote dei Tfr). Non un concordato fallimentare, dunque, né una liquidazione. Ma nei piani alti dell’azienda si stanno invece già ipotizzando soluzioni tipo Alitalia, con lo scorporo da una «bad company» che si accollerebbe i debiti. Anche se non è cosa che si improvvisa.

E se il ministro Graziano Delrio smentisce un possibile intervento di Ferrovie dello Stato per salvare l’azienda – «È l’azionista che decide. Non ho ricevuto sollecitazioni e non siamo alla ricerca di contratti», afferma – si fa sempre più concreto il rischio di ingresso di partner privati.

E la privatizzazione è lo spettro dei lavoratori di Atac e di Sinistra italiana che vede questo pericolo nascosto nelle pieghe del referendum radicale, contrariamente a quanto sostengano gli stessi Radicali italiani che stanno cercando le ultime settemila firme necessarie entro il 12 agosto. Al punto che Paolo Cento è in procinto di organizzare un «comitato per il No» al referendum. E il consigliere Stefano Fassina, che mercoledì prossimo incontrerà i lavoratori di Atac, avverte: «Il Regno Unito, per esempio, sta tornando indietro dalla scelta di privatizzare». «Raggi convochi un consiglio straordinario», insiste. Ma è già rassegnato a dover aspettare la fine dell’estate.

FONTE: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This