Acqua: «Acea non investe nella rete perché deve dare i dividendi»

Intervista a Paolo Carsetti, rappresentante del Coordinamento romano Acqua pubblica. Da quando i privati sono entrati in Acea le perdite nelle tubazioni aumentano e gli investimenti non decollano

Rachele Gonnelli • 23/7/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 1013 Viste

Cantava Aurelio Fierro nella pubblicità di Carosello: «Diceva l’oste al vino tu mi diventi vecchio, ti voglio maritare con l’acqua del mio secchio, rispose il vino all’oste fai le pubblicazioni, sposo l’Idrolitina del cavalier Gazzoni». A Roma manca l’acqua, in compenso le banche d’affari danno indicazione buy, comprare, per le azioni Acea, la quale voleva acquisire intanto lo storico marchio Idrolitina.

Acea in effetti è il principale erogatore di acqua in Italia, ma è anche l’azienda capofila della finanziarizzazione delle multiutility a maggioranza di capitale pubblico (51 del Comune, anche se «comanda» il socio privato Gdf-Suez «imparentato» con il gruppo Caltagirone), la prima delle «quattro sorelle» della cripto-privatizzazione (le altre sono Hera, Iren e A2a). Un processo iniziato prima del referendum del 2011 e che adesso «risalta tutta la perversità del meccanismo che ha negato il risultato di quel voto», dice Paolo Carsetti, rappresentante del Coordinamento romano Acqua pubblica, cioè dei referendari.

La capitale è in panne perché non può più attingere dal lago di Bracciano. Ma quella non dovrebbe essere una riserva idrica strategica?

Roma è approvvigionata dall’acquedotto del Peschiera con 9 metri cubi al secondo, dall’Acqua Marcia per 4,5 metri al secondo e da Le Capore, che alla fine confluisce nel Peschiera, per altrettanta portata. Il «nuovo» acquedotto di Bracciano doveva servire solo per le emergenze invece è diventato una fonte di approvvigionamento strutturale indispendabile. Il problema è proprio questo.

Il Peschiera è un lago sotterraneo sfruttato per un terzo della potenzialità, Acea ha chiesto alla Regione Lazio di autorizzare un maggior prelievo ma servirebbero investimenti per milioni di euro, perciò si preferisce continuare a pompare acqua da Bracciano?

Il bacino acquifero di Bracciano è ipersfruttato anche dai comuni limitrofi ma rivolgersi al Peschiera significa mandare prima o poi in crisi anche quella risorsa. È una impostazione sbagliata. Gli investimenti andrebbero fatti per diminuire le perdite della rete romana, invece che aumentare le portate e le fonti di prelievo. Dove andremo ad attingere alla fine, sulla Luna? Bracciano avrebbe dovuto servire per i mesi estivi, in caso di siccità, invece si è superata la soglia della criticità e si è compromesso l’equilibrio dell’ecosistema lacustre. Di fronte al disastro ambientale adesso è necessaria una misura drastica anche se comporterà disagi pesanti per Roma. Non si doveva arrivare a questo punto e noi avvertivamo da anni che ci si stava avvicinando.

Il 60% delle tubazioni Acea ha trent’anni, un quarto data più di mezzo secolo. È vero che con l’attuale livello di investimenti sulla rete servirebbero 250 anni per ammodernarla e eliminare le perdite?

Dalle bollette dei cittadini di Roma, in base all’ultimo bilancio che abbiamo potuto visionare di Ato2, la società controllata da Acea che gestisce il servizio idrico della capitale, si produce un utile annuo di 70 milioni di euro. Se fossero reinvestiti per migliorare il servizio, non in un anno, però si potrebbero ridurre gli sprechi in tempi non geologici. Invece da quando sono entrati i privati nel capitale, cioè dagli anni Novanta, le perdite sono aumentate sempre. Il fatto è che il 94% degli utili di Acea Ato 2 viene distribuita tra i soci sotto forma di dividendi, non reinvestita. Ato 2 poi, se vuole fare investimenti, deve chiedere i soldi in prestito a Acea-holding, la casa madre, che glieli eroga a tassi d’interesse di mercato. È follia pura ma è così: i soldi se fossero tenuti sotto il materasso ci sarebbero, li avresti in cassa. Ma il perverso meccanismo della finanziarizzazione disincentiva gli investimenti sul servizio e le conseguenze si vedono. Senza contare l’aggravio della spesa in bolletta per pagare i tassi d’interesse ad Acea per gli investimenti, che è un assurdo in sé.

Ma il referendum non impediva la remunerazione degli investimenti dei soggetti privati?

Quella dizione è stata abrogata ma è stata reinserita sotto mentite spoglie come «costo della risorsa finanziaria» attraverso la nuova Authority per l’energia, l’acqua e il gas. Abbiamo fatto ricorso, purtroppo il Consiglio di Stato ci ha dato torto sostenendo che il capitale deve essere remunerato. Una sentenza politica che tutela la teoria economica dominante. Ma se tutto deve rimanere immutato, viene da chiedersi, perché ci hanno fatto fare il referendum? .

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

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