Brasile, Lula da Silva condannato a 9 anni

Corruzione e riciclaggio: l’ex presidente presenta ricorso, ma si allontana la possibilità di una nuova candidatura

OMERO CIAI • 13/7/2017 • Internazionale • 441 Viste

Sdegno nel suo partito: “Una sentenza vergognosa e senza prove”. Nello scandalo “Lava Jato” coinvolte 260 persone

ADDIO rielezione per l’icona della sinistra latinoamericana. L’uscita di scena di Lula, l’uomo politico più amato e più popolare del Brasile, potrebbe essere iniziata ieri con la condanna in primo grado emessa dal giudice dello scandalo “Lava Jato” Sergio Moro. Nove anni e sei mesi di carcere per corruzione, attiva e passiva, e per riciclaggio. Gli avvocati dell’ex presidente brasiliano (2003-2010) hanno già presentato appello e per il momento Lula non andrà in prigione. Per la sentenza di secondo grado potrebbe essere necessario attendere anche un anno, ma la prospettiva che ormai sembra allontanarsi è quella della candidatura alle presidenziali del 2018. Obiettivo che più volte l’ex “presidente operaio” aveva annunciato e che, guardando i sondaggi dov’è nettamente in testa, sembrava facilmente raggiungibile. Nonostante la condanna, il giudice Moro ha scelto la prudenza evitando al Paese il trauma di una richiesta di custodia cautelare dell’ex presidente fino all’appello, ma è opinione diffusa in Brasile che Lula, coinvolto in altri quattro procedimenti giudiziari, potrà di nuovo, come sperava, candidarsi e tornare alla guida del Paese.

La sentenza contro Lula – che la presidente del Pt, il partito dei lavoratori, ha definito subito «vergognosa e senza prove» – nasce da un caso minore, i lavori per la ristrutturazione di un appartamento “triplex”, un attico, in una località balneare, Guarujá, del litorale di San Paolo. Lavori che, secondo i giudici, nascondevano in realtà il pagamento di una tangente da un milione di euro (3,7 milioni di reais brasiliani) da parte del colosso statale del petrolio, Petrobras.
Una condanna per il leader della sinistra latinoamericana che cade in un momento di gravissima crisi istituzionale e politica del Brasile. Dopo l’impeachment che a metà 2016 allontanò dal potere Dilma Rousseff, il nuovo presidente Michel Temer potrebbe essere costretto a dimettersi da un momento all’altro per le inchieste sulla corruzione.
La maxi causa giudiziaria “Lava Jato”, autolavaggio, sta spazzando via un’intera generazione di politici brasiliani, grandi e piccoli. Le persone coinvolte sono più di 260, le condanne già emesse 130, in una rete di corruzione da almeno due miliardi di dollari. E gli scenari che si aprono adesso sono davvero imprevedibili.
In teoria, finché la condanna non sarà confermata, Lula può ancora candidarsi. Ma da ieri è evidentemente molto più debole. L’altro grande personaggio politico nazionale, Aecio Neves, del partito socialdemocratico, che contese a Dilma la presidenza nel 2014, è già fuorigioco, travolto anche lui dallo scandalo. Resta sulla breccia soltanto l’ecologista Marina Silva, anche lei con qualche scheletro nell’armadio, e il Brasile è un paese traumatizzato oggi davvero in cerca d’autore.

Fonte: OMERO CIAI, LA REPUBBLICA

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