Le ragazze rapite da Boko Haram nella scuola di Chibok tornano dagli aguzzini nella foresta

Portate via dagli integralisti 3 anni fa, liberate dall’esercito, poi considerate paria nei villaggi: ora molte rientrano dagli uomini che le hanno «sposate»

Michele Farina • 31/7/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 727 Viste

Aisha Yerima aveva due schiave. Due ragazze rapite nella famosa scuola di Chibok. Prigioniere come lei. Anche Aisha era stata portata via da Boko Haram. La padrona e le serve: tutte e tre condotte (in tempi diversi) nella foresta di Sambisa, l’impenetrabile «riserva» dei gruppi ribelli nel Nord-Est della Nigeria. Campi separati, opposti destini. Aisha in sposa a un capo.

Le studentesse di Chibok vendute al mercato. Dopo due anni di non dolorosa prigionia, nel 2016 la padrona Aisha è stata liberata in un raid dell’esercito (il marito era in battaglia). Con un figlio in braccio è tornata a casa, alla vecchia vita. Ha raccontato la sua esperienza, compresa la storia non proprio edificante delle studentesse: «Mio marito mi amava talmente che mi ha fatto scegliere due di loro come schiave». Dopo un po’ però «mi ha chiesto di rimandarle» al precedente proprietario, «perché anche loro dovevano pur sposarsi».

La vita al tempo di Boko Haram è faccenda complicata. Aisha Yerima è una di quelle ex prigioniere «tornate due volte»: prima a casa, poi di nuovo nella foresta. Raggiungono i mariti rapitori, portandosi dietro i figli. Rifiutano la libertà? O il loro gesto, il loro secondo ritorno, è proprio un atto di libertà, forse il primo nella vita?

La scrittrice nigeriana Adaobi Tricia Nwaubani per la Bbc ha scritto di queste ragazze e della loro scelta. Non ci sono statistiche, ma non sono poche. Probabilmente decine. Incredibili casi di ricongiungimento familiare: donne che raggiungono i mariti, islamisti radicali affiliati all’Isis che dal 2009 a oggi hanno ammazzato almeno 20 mila persone sequestrandone migliaia? Adaobi, che ha conosciuto Aisha Yerima, ne parla con Fatima Akilu, la psicologa che ha messo a punto e dirige il programma di de-radicalizzazione e reinserimento per coloro che sono stati ostaggio di Boko Haram (il cui nome in lingua hausa significa più o meno «vietata l’educazione occidentale»). È un percorso lungo, che può durare otto mesi. Dopo la liberazione e la photo opportunity con il governante di turno, mica si rientra a casa. Le ragazze come Aisha, o le ottanta studentesse di Chibok liberate a maggio, vivono in campi militari e passano attraverso un processo faticoso di «rieducazione». «Il trattamento delle donne prigioniere — dice la psicologa — dipende dal comandante che dirige il campo dove sono tenute. Chi sposa i miliziani viene trattata meglio, ma non sono certo la maggioranza». Rientrare in società non è facile. Le ex mogli sono spesso considerate annoba , le donne del contagio». Delle appestate.

C’è un’espressione usata per indicare i loro figli: «Iene tra i cani». Le ex prigioniere vengono considerate paria, sostiene Akilu, che il Corriere intervistò nel 2014 all’inizio del suo mandato. Oggi come allora, questa donna che si è fatta le ossa tra i bambini delle gang nelle periferie di Londra (e di notte scrive favole per bambini) ritiene che la cosa più difficile sia rientrare in società. Per alcune di queste donne, le «mogli-padrone» come Aisha, la libertà «significa tornare in un ambiente dove non godono di alcun potere», soggette a rigide gerarchie generazionali, «mentre al campo di Boko Haram potevano avere un ruolo di rilievo, e magari ritrovarsi con decine di ragazze alle proprie dipendenze».

Non ci sono genitori e anziani, nei campi di Boko Haram. È questa la triste lezione? Leggendo il racconto della scrittrice Nwaubani, sembra piuttosto «l’amore» la molla più forte. Una diciannovenne di nome Asta racconta di quanto le manchi il marito, «anche se mai potrei raggiungerlo nella foresta: aspetto che lui venga da me e viva al villaggio».

Anche Aisha Yerima, 25 anni, non sembrava risentire di questo richiamo della foresta. Sbigottita la madre ha raccontato che la figlia aveva almeno cinque spasimanti, «anche in città». Vendeva tessuti, postava foto sui social. Riceveva le telefonate delle compagne alla macchia. Un giorno, ha raccontato la sorella, ha ricevuto la notizia che il marito si era messo con una rivale. Una notte ha preso il figlio di 2 anni e qualche vestito, ha spento i telefonini ed è tornata là.

FONTE: Michele Farina, CORRIERE DELLA SERA

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