Migranti. Minniti a Varsavia per discutere la missione Triton

Migranti. «L’obiettivo non è abbandonare la missione ma regionalizzare gli sbarchi»

Carlo Lania • 11/7/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 311 Viste

«Bisogna superare l’estate, riuscire ad arrivare fino a dopo le elezioni tedesche. Solo allora le cose per l’Italia forse cambieranno». L’atteggiamento prevalente al Viminale in queste ore sembra essere improntato a un sano pragmatismo. Oggi a Varsavia, nella sede di Frontex, si terrà la riunione con cui il ministro degli Interni Marco Minniti spera di convincere i partner europei a modificare il mandato della missione europea Triton, permettendo così di far arrivare i migranti salvati in mare anche in altri porti europei. Si sa, però, che è molto difficile che qualcosa possa davvero cambiare e dire che la strada è in salita è dir poco. A rendere il percorso ancora più incerto, ieri ci si è messa poi la precisazione, attribuita a Bruxelles a una fonte comunitaria, che gli Stati che partecipano alla missione «intervengono solo su richiesta delle autorità italiane» e che quindi «gli sbarchi avvengono solo nello stato membro ospitante». Quindi l’Italia. Detto alla vigilia dell’incontro ritenuto fondamentale per Roma, il messaggio non avrebbe potuto essere più chiaro.

Sapendo bene che aria tira, ieri pomeriggio ai piani alti del Viminale si stava ancora decidendo l’atteggiamento da assumere nella riunione di oggi. Duro certo, ma senza tirare troppo la corda perché una rottura non servirebbe a nessuno, meno che mai al nostro Paese. Così la minacciata chiusura dei porti è passata in seconda linea, e con lei sarebbe stata accantonata anche l’idea di uscire da Triton. «L’obiettivo non è abbandonare la missione, ma provare a regionalizzare gli sbarchi. Sarà una trattativa difficile e soprattutto lunga», confermano al ministero.

Per Palazzo Chigi l’unico modo per vedere finalmente alleggerire la pressione sui porti siciliani è rimettere mano all’Operation plan, il manuale operativo della missione scritto nel 2014. E’ lì infatti che, come reso noto nei giorni scorsi da Emma Bonino, è scritto nero su bianco che tutti i migranti salvati nel Mediterraneo centrale devono essere portati in Italia. Condizione che, spiegano ora ambienti ministeriali, ha rappresentato l’unico modo per avviare la missione ma che oggi appare complicato cambiare, specie per l’opposizione di francesi e spagnoli.

Così come sarà difficile che passi un’altra delle proposte ventilate in queste ore, in base alla quale i migranti tratti in salvo da una nave straniera, dopo essere stati fatti sbarcare e identificati in Italia, verrebbero trasferiti in aereo nel paese di origine della nave che ha effettuato il salvataggio. Al Viminale non hanno dubbi: «Una volta in Italia, non li prende più nessuno».

Per i prossimi giorni è atteso a Tripoli un pattugliatore della Guardia di Finanza, ma lo scopo della sua missione è limitato all’assistenza tecnica ai libici: meccanici per riparare le motovedette della Guardia costiera, training per formare nuovi piloti e avvio delle operazioni per allestire anche nella capitale un Mrcc, un centro per il coordinamento dei soccorsi in mare che dovrebbe essere pronto per il 2018.

Va detto che se anche Triton dovesse essere interrotta, magari per un’eventuale uscita dell’Italia, i danni sarebbero sì gravi ma limitati. La missione può infatti contare su cinque navi, due delle quali italiane e una maltese.

Le rimanenti due sono messe a disposizione a turno dagli altri 14 Paesi che vi partecipano. Insomma l’Europa non sembra impegnarsi molto. Se davvero l’Italia dovesse uscire e la missione dovesse cessare, le conseguenze sarebbero sì gravi, ma limitate visto che a Frontex si deve solo l’11% dei salvataggi. Il gesto avrebbe soprattutto un forte significato di rottura con Bruxelles da parte di un Paese che è pur sempre tra i sei che hanno fondato l’Unione europea.

A oggi solo una cosa sembra essere sicura, ed ancora una volta tutta italiana: la volontà di decongestionare i porti siciliani, prevedendo di dirigere le navi delle Ong più a nord. Non a Livorno o Genova, come ipotizzato nei giorni scorsi, perché si tratta di approdi troppo lontani da raggiungere. Più realisticamente si fanno i nomi di Salerno e Napoli. Ma al momento questo sembra essere davvero tutto.

FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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