Scompare Giovanni Bianchi. Da cattolico portò l’impegno sociale in politica

Nel teatro della politica italiana Giovanni Bianchi , morto ieri a 77 anni, è stato protagonista per pochi ma cruciali anni. La sua vocazione non era quella dell’uomo di partito. Veniva dalla migliore tradizione del cattolicesimo politico italiano quella che considerava l’impegno sociale fondamentale, quella che aveva le sue radici nell’opera di Giuseppe Dossetti ma [&hellip

Andrea Colombo • 25/7/2017 • Addii & Anniversari • 439 Viste

Nel teatro della politica italiana Giovanni Bianchi , morto ieri a 77 anni, è stato protagonista per pochi ma cruciali anni. La sua vocazione non era quella dell’uomo di partito. Veniva dalla migliore tradizione del cattolicesimo politico italiano quella che considerava l’impegno sociale fondamentale, quella che aveva le sue radici nell’opera di Giuseppe Dossetti ma guardava anche al teologo francese padre Marie-Dominique Chenu, il domenicano che è tra i massimi ispiratori del Concilio Vaticano II, il creatore, fino a quando la Chiesa non scelse di vietarla, dell’esperienza dei preti-operai.

Bianchi era cresciuto a quella scuola, e negli anni ’70, presidente delle Acli lombarde, consigliere nel comune operaio in cui era nato, Sesto San Giovanni, ne metteva quotidianamente in pratica gli insegnamenti. Docente di Storia e Filosofia nei licei, era in stretto contatto con il movimento operaio. Si occupava dei giovani, dell’associazionismo, del volontariato, in un’esperienza in cui tra militanza sociale e impegno politico e culturale non c’era linea di confine.

Le Acli erano in quegli anni una parte sostanziale del movimento operaio. Bianchi ne divenne vicepresidente nel 1985, poi presidente, più volte riconfermato, nel 1987. Il salto nella politica lo fece proprio in quanto non-politico. Di fronte alla tempesta che aveva spezzato la Dc, e di cui tangentopoli era più sintomo che non causa, Mino Martinazzoli, ultimo segretario dello Scudo crociato e primo del partito che avrebbe dovuto raccoglierne la migliore eredità, il Partito popolare, lo chiamò per contribuire alla rifondazione del cattolicesimo politico italiano proprio in virtù della sua esperienza culturale e sociale.

Era una scelta quasi obbligata per un partito che sin dal nome voleva rifarsi alle radici di don Sturzo. Bianchi non poteva che accettare. Dopo la sconfitta alle elezioni del 1994 e la repentina uscita di scena di Martinazzoli, che si dimise con un fax, Bianchi provò inutilmente a contrastare l’ascesa alla segreteria di Rocco Buttiglione, il filosofo di Comunione e Liberazione la cui ispirazione era opposta a quella di Martinazzoli. Ma quando Buttiglione decise di schierare il Ppi con Berlusconi, nel 1995, Bianchi fu uno dei leader dell’opposizione con Rosi Bindi, Franco Marini, Gerardo Bianco e Sergio Mattarella, che ieri ha dedicato al dirigente scomparso le parole forse più sentite.

Del Ppi, dopo la sconfitta della destra interna, Bianchi fu presidente e col segretario Bianco guidò il partito verso l’Ulivo, poi la fondazione della Margherita e del Pd, di cui fu segretario provinciale.
Negli ultimi anni era tornato alla sua passione di sempre, all’impegno culturale e sociale. Nel 2001 era stato uno dei pochissimi eletti del centrosinistra in Lombardia, ma nel 2006, avendo già assolto ai suoi tre mandati, si era ritirato senza brigare per aggirare la regola. Aveva fondato i Circoli Dossetti, di cui era presidente: testimonianza di una corrente che del cattolicesimo politico resterà per sempre il principale vanto.

FONTE: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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