Jobs Act. Il governo celebra il record dei precari dal 1992

Per l’Istat a giugno il numero dei dipendenti a termine ha raggiunto quota 2,69 milioni, toccando il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche per questo dato, ovvero dal

Roberto Ciccarelli • 1/8/2017 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 578 Viste

Cresce l’occupazione femminile, record dal 1977, e accompagna la crescita del lavoro precario. Il governo «festeggia» il successo del Jobs Act

Il governo ha preso un colpo di sole quando alle dieci del mattino di ieri l’Istat ha pubblicato i dati sull’occupazione di giugno. Il presidente del Consiglio Gentiloni, la sottosegretaria Boschi, il ministro del lavoro Poletti si sono schierati alla testa di una falange di commentatori e stampelle di maggioranza che hanno applaudito rumorosamente il segno più, ma sui dati sbagliati. «Meno disoccupati, anche tra giovani. Aumenta lavoro donne. Fiducia in risultati Jobs Act e ritorno crescita» ha twittato Gentiloni. «Oggi possiamo dire che la strada delle riforme ha portato a risultati importanti» ha aggiunto Boschi. «Il dato incoraggiante è la conferma della costante crescita di medio lungo periodo dell’occupazione e della contestuale diminuzione dei disoccupati e degli inattivi» ha ipotizzato Poletti. «Prima era in crescita la disoccupazione e ora invece cresce l’occupazione. Senza di noi tutto questo non sarebbe stato possibile» ha detto un trionfante Alfano.

LA CRESCITA dell’occupazione non è il risultato della renzianissima riforma del Jobs Act e del suo pilastro: il «contratto a tutele crescenti», dove a crescere è solo la libertà di licenziare il lavoratore. È il risultato dell’aumento della precarietà del lavoro a termine: 37 mila unità in un solo mese, 265 mila in un anno su un totale di 367 mila. La causa è la «riforma» dei contratti a termine che porta il nome di Poletti. Approvata prima del Jobs Act ha abolito la causalità del contratto a progetto, permettendo la moltiplicazione di questi contratti. Da tre anni sono usati per «coprire» lo scopo del Jobs Act: non l’aumento del lavoro a tempo indeterminato, ma lo spostamento di 18 miliardi di euro dal pubblico alle imprese senza produrre un aumento di occupazione o produttività. Lo dimostra il tasso di occupazione ai minimi: il 57,8%, tra i più bassi d’Europa. Sulla base di questi dati ieri è stato celebrato solo l’aumento della precarizzazione del lavoro in Italia

L’AUMENTO di questo tipo di occupazione continuerà, presumibilmente, nei prossimi mesi. L’estate coincide con l’apoteosi del precariato stagionale e a termine, e non con l’aumento dei posti di lavoro come pretendono gli esponenti del governo. Nel frattempo aumentano i contratti a tempo indeterminato, modalità Jobs Act, tra i lavoratori over 50 a causa della legge Fornero che ne ha allungato l’età pensionabile.

IN TERMINI DI GENERE la crescita sarebbe dovuta quasi interamente alle donne tra le quali il tasso di occupazione ha raggiunto il 48,8% (9,7 milioni), il valore più alto dal 1977. Un tasso che resta comunque lontanissimo da quello degli uomini al 66,8%. L’Italia resta penultima in Europa, sola davanti alla Grecia (43,3%), lontano dal 61,6% della media dei 28 paesi europei. Tutto questo lavoro è precario e a termine. Non è un fenomeno passeggero, ma storico. Il numero dei dipendenti a termine ha raggiunto quota 2,69 milioni, il valore più alto dal 1992. Questa è la parte emersa del precariato di massa. Le «riforme» renziane sono servite a consolidare questa tendenza che porterà gradualmente alla sostituzione del lavoro a tempo indeterminato con quello determinato e a termine. Le rilevazioni Istat confermano inoltre il consolidamento del gap generazionale tra gli occupati ultracinquantenni (+335 mila, in un anno) a fronte di un calo nelle altre classi di età (-188 mila) e in particolare tra i 15-34enni. In questo schema si spiega la diminuzione della disoccupazione (all’11,1%) che interessa uomini e donne ed è distribuita tra tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso generale è in calo a giugno di 0,2 punti, pari a 57 mila unità. Mentre aumentano gli «inattivi» di 12 mila unità. Questo significa che nella settimana precedente alla rilevazione queste persone hanno cercato almeno una volta un lavoro, senza trovarlo. L’«inattività» è l’altra faccia della disoccupazione ed è l’espressione con la quale oggi s’intende il «lavoro del cercare lavoro». In questo modo va intesa la diminuzione del tasso di disoccupazione tra i 15-24enni (-1,9% sull’anno). In questa fascia aumenta il tasso di «inattività» (+1,1%).

IL JOBS ACT e la riforma Poletti hanno realizzato anche un altro obiettivo: la risubordinazione e la precarizzazione del lavoro già esistenti ai danni di quello autonomo. A giugno le partite Iva hanno toccato il minimo dall’inizio della serie storica partita nel 1992. Nel mondo variegato dei piccoli e grandi imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, i collaboratori e chi svolge i «lavoretti» è diminuito in un mese di 13 mila unità, 220 mila in un anno, 5 milioni 298 mila in totale: il minimo storico in un paese dove il lavoro autonomo mantiene dimensioni cospicue.

«LA RIPRESA occupazionale è fondata sull’estrema precarizzazione dei nuovi rapporti di lavoro» sostiene Tania Scacchetti (Cgil). Ma il governo continua sulla stessa strada: «la decontribuzione», ovvero trasferimenti alle imprese. «Servono invece politiche pubbliche e investimenti per generare nuove opportunità di occupazione» (Giorgio Airaudo, Sinistra Italiana).

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This