Khalifa Haftar

L’asse libico contro Roma: Khalifa Haftar minaccia, Saif Gheddafi attacca

Libia. Il generale: «Colpirò le navi straniere lungo le nostre coste». L’ex delfino: «Intervento fascista e coloniale».

Chiara Cruciati • 4/8/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 507 Viste

I due negoziano da tempo: il figlio di Gheddafi ha dalla sua autorità politica e business. Improbabile che Tobruk intervenga contro l’Italia: il suo è un messaggio per sponsor e libici

Le dichiarazioni del generale Khalifa Haftar sulla presunta intenzione di colpire ogni nave straniera che entrerà nelle acque nazionali libiche – che siano dirette verso la Tripolitania o la Cirenaica – vanno lette alla luce di un altro illuminante intervento.

Parole che svelano lo scontro di potere in atto nella Libia post-Gheddafi e che sottendono ad un asse in fieri da oltre un anno e che potrebbe ribaltare il tavolo apparecchiato dall’Italia.

Le parole in questione sono quelle dell’ex delfino, il figlio del colonnello deposto nel 2011 dall’intervento della Nato: alla tv Libya 24 Saif al-Islam Gheddafi ha accusato Roma di agire con modi fascisti e coloniali inviando navi da guerra lungo le coste del suo paese.

Un concetto identico a quello ripetuto a spron battuto sia da Haftar che dal parlamento «ribelle» di Tobruk, gli stessi soggetti che da oltre un anno hanno aperto al clan Gheddafi, liberando da domiciliari d’oro proprio Saif. È di un anno fa la notizia (che riportammo nell’edizione dell’8 luglio 2016) del suo rilascio da parte delle Brigate Zintan, legate a Tobruk, da una detenzione di facciata che nascondeva negoziati tra Gheddafi e Haftar.

L’investitura ufficiale è di una settimana fa: Haftar ha sdoganato il figlio del colonnello paventando un suo ruolo nel futuro politico della Libia.

Sebbene si regga su basi non solidissime (la Cirenaica è sempre stata profondamente anti-gheddafiana e non è detto che accetti serenamente il ritorno dell’ex delfino, che ha comunque dalla sua un’immagine conciliante, diversa da quella del padre Muammar), un simile asse potrebbe indebolire fatalmente il governo di unità nazionale del premier al-Sarraj, su cui Roma ha investito il proprio capitale politico e militare.

La famiglia Gheddafi gode ancora di un’enorme autorità tra numerose tribù e gestisce traffici economici significativi. Per questa ragione le minacce di Haftar vanno prese seriamente dal punto di vista simbolico, perché appaiono dirette non tanto a Roma quanto alla divisa opinione pubblica libica, alla galassia di autorità che si spartiscono il paese nordafricano e agli sponsor internazionali di Tobruk (quali Egitto, Emirati Arabi, Russia).

Secondo quanto riportato su Facebook dall’Esercito Nazionale, di cui Haftar è leader, il generale ha dato l’ordine alle basi navali di Bengasi, Ras Lanuf e Tobruk di colpire ogni nave «che tenti di entrare in acque territoriali libiche senza il permesso dell’esercito». L’annuncio giunge in contemporanea all’ingresso della nave italiana Comandante Borsini nelle acque nazionali di Tripoli.

E se Palazzo Chigi è intervenuto subito definendo «inattendibili» i lanci delle agenzie arabe sulle minacce di Haftar, ieri a parlare dagli studi della tv Alhadath(vicina a Tobruk) è stato l’ambasciatore italiano Perrone: da parte di Roma, ha detto, «non c’è ingerenza militare», ma solo «sostegno logistico e tecnico alle forze della Marina libica per permetterle di lavorare contro l’immigrazione illegale».

È molto improbabile che gli uomini di Haftar attacchino – via mare o dal cielo – le navi italiane dirette a Tripoli. Ma il fatto di poterlo dire liberamente significa che dietro di sé sente di avere il potere sufficiente a imporsi, un potere che non è solo quello dell’Esercito nazionale, ma che è anche politico: a stretto giro è giunto infatti il commento ufficiale del parlamento di Tobruk che in un video-comunicato ha rifiutato «qualsiasi accordo raggiunto dal governo di unità nazionale e ogni richiesta che consenta al governo italiano di violare la sovranità nazionale con il pretesto di assistenza e sostegno alla lotta all’immigrazione clandestina».

Una girandola di dichiarazioni che si conclude con quelle di Saif al-Islam, che accusa l’Italia di portare avanti una politica basata su un approccio fascista e colonialista e di guardare alla Libia come ad una spiaggia di Roma: «Gli italiani ripetono lo scenario Nato, provocando l’amore libico verso la propria terra, attraverso l’invio di navi da guerra che violano la sovranità libica grazie alla condotta irresponsabile di alcuni funzionari libici».

Riferimento non affatto velato ad al-Sarraj che oggi si troverà di fronte, a Tripoli, una manifestazione di protesta contro la missione italiana.

Intanto si muove anche Il Cairo: mercoledì nella capitale egiziana il capo di Stato maggiore Hegazi ha incontrato delegazioni libiche dalle città di Barqah (Cirenaica) e Misurata (Tripolitania) per «favorire la riconciliazione nazionale».

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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