Sfratti per morosità incolpevole e con la polizia. O per trovare un posto ai turisti

Emergenza abitativa. Da Venezia a Taranto, passando per Roma: nel 2016 lieve calo delle sentenze, ma aumentano gli sgomberi con la forza pubblica

Roberto Ciccarelli • 5/8/2017 • Welfare & Politiche sociali • 453 Viste

Si sfratta per morosità incolpevole. Si sfratta con la polizia. Si sfratta per lasciar posto agli affitti turistici. Sono queste le modalità seguita dalla guerra sociale silenziosa da Nord a Sud, nei lembi delle periferie, nell’invisibilità interrotta da un presidio dei movimenti per la casa o da un conflitto tra poveri: famiglie che non vogliono migranti.

A questo proposito possono essere citati due fatti accaduti nelle ultime settimane. Nel marzo scorso a Taranto, quartiere Salinella, una decina di famiglie ha occupato alcuni alloggi destinati a ospitare 300 migranti minori. L’arrivo non era imminente, ma è bastata l’ipotesi dell’assegnazione per fare scattare la protesta. «Non è giusto che si aiutino extra-comunitari, ignorando tanti tarantini che vivono nel disagio» è quanto avrebbero detto le famiglie che rivendicavano il loro diritto alla casa. Va ricordato che a Taranto, nel 2016, ci sono stati 866 sfratti e c’è una sentenza ogni 53 famiglie in locazione.

Oppure a Roma, quartiere di Tor Bella Monaca, dove a fine giugno un lavoratore 52enne di origine bengalese e con cittadinanza italiana, due figli uno dei quali disabile, è stato picchiato perché ha esibito ad alcuni passanti il certificato con il quale il Campidoglio gli riconosceva una casa popolare. E dire che gli immigrati assegnatari di questi alloggi a Roma sono meno del 10%.

Giunti al nono anno della crisi, la casa può essere considerata un prisma. Ogni sua faccia rivela un aspetto della questione sociale che può trasformarsi in una guerra tra poveri con punte di razzismo e xenofobia. Sembra che le condizioni materiali della solidarietà tra poveri e sfruttati siano distrutte, mentre si costruiscono solidarietà di prossimità o vicinanza e si diventa solidali con chi rifiuta un legame con gli altri, i più lontani, gli stranieri o i rom.

Un’altra faccia del prisma-casa è la gentrificazione. La storia arriva da Venezia dove ci sono tre sfratti al giorno, 8 richieste di esecuzione con la polizia, quasi tremila all’anno. A Pellestrina, una delle isole della Laguna con 4 mila abitanti, non si trova più un alloggio disponibile per i residenti che non ne abbiano già uno di proprietà. Chi vive in affitto è costretto a firmare un contratto transitorio, lasciando la casa ai turisti nei mesi estivi. Le richieste di entrare in graduatoria sono rifiutate perché le famiglie hanno un alloggio transitorio. Ci sono così persone costrette a cambiare casa, di mese in mese, passando da un alloggio turistico a un altro. In una città ridotta a Luna Park il rapporto tra residenti e turisti è rovesciato, mentre i bandi per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica sono bloccati al 2010 e le disponibilità in casi di emergenza abitativa sono ridotte al lumicino. Anche questo spiega una manifestazione di 2500 persone come quella del 2 luglio scorso che ha sfilato tra i canali con lo slogan «Mi no vado via» (Io non vado via).

Gli ultimi dati sugli sfratti riguardano il 2016 e non sono affatto rassicuranti. Se le sentenze di sfratto sono diminuite da 77.278 nel 2014 a 61.718 del 2016 (-5,5%), le richieste di esecuzione e le esecuzioni vere e proprie sono aumentate. Le prime sono state oltre 158 mila, le seconde oltre 35 mila, Il 90% avviene per morosità: la precarietà di massa, e la povertà delle famiglie – anche quelle che lavorano, e hanno un contratto di lavoro – non arrivano a pagare l’affitto o le utenze. E arriva lo sfratto. Secondo i dati del Viminale la prima città in testa a questa terribile classifica è Modena: uno sfratto ogni 172 abitanti e ogni 34 famiglie. Proporzioni che si ritrovano nella provincia di Barletta, Andria e Trani come a Napoli. La regione dove gli sfratti con la forza pubblica sono aumenti di più è il Piemonte: +143% solo nel 2016.

La mappa dell’emergenza abitativa è estesa, e molto articolata, ma bastano questi cenni per dare un’idea di un mondo sommerso. «Si tratta di una precarietà strutturale sulla quale il governo, le regioni e i comuni non riescono nemmeno a balbettare una proposta – sostiene Massimo Pasquini (Unione Inquilini) – L’unica risposta è quella dell’ordine pubblico che garantisce il passaggio dalla casa… alla strada. In questo paese gli sfratti sono solo la punta di un iceberg».

La città più violenta in Italia, dove la polizia è chiamata più spesso a sgomberare, è Roma: 3.215 sfratti con la forza pubblica, +6% rispetto al 2015. Si è atteso quasi un anno prima che la giunta Raggi attribuisse la delega all’assessore al bilancio Mazzillo, ora ridotto a «sorvegliato speciale». Nell’ultimo rimpasto la delega alle politiche abitative è andata a Rosalba Castiglione, esperta in valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici e privati. A lei toccherà tornare sul «Piano Casa Roma» abbozzato da Mazzillo. «Il piano darà il via libera a una stagione di sgomberi come mai si sono visti a Roma» sostiene il movimento per il diritto all’abitare. Il lieto fine non è quasi mai scritto nel lungo, e infelice, romanzo sulla casa.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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