Crisi coreana e geopolitiche: in ruolo della Cina

la Cina deve farsi guida di un gruppo di paesi capaci di portare a un negoziato i due leader

Simone Pieranni • 12/8/2017 • Copertina • 164 Viste

Cina e crisi coreana. Facendo leva sulla comunità internazionale – ieri tanto Germania, quanto soprattutto la Russia sembrano aver raccolto questa esigenza – la Cina deve farsi guida di un gruppo di paesi capaci di portare a un negoziato i due leader, ben sapendo che l’attuale situazione difficilmente convincerà Kim ad abbandonare il percorso nucleare

Con il recente voto favorevole alle nuove sanzioni dell’Onu- le più dure da molto tempo – contro la Corea del Nord, Pechino ha dimostrato che la relazione con Pyongyang è ormai giunta a un punto di non ritorno. Benché parte dell’esercito cinese e dei funzionari più importanti del partito comunista considerino ancora un rischio abbandonare del tutto la Corea del Nord, è altresì evidente come la Cina abbia ormai deciso di non difendere più a oltranza Kim e le sue escandescenze.

La Cina – allo stesso tempo – invitando alla moderazione e alla «prudenza» anche verbale Washington e Pyongyang, sta cercando di prendere tempo: in ballo non c’è solo il nucleare nord coreano ma anche le esercitazioni congiunte tra Usa e Corea del Sud, nonché il sistema antimissilistico Thaad. Nel suo cinismo bieco, ha detto bene Bannon, l’ex consigliere di Trump: la vera partita è quella per il dominio in Asia tra Cina e Stati uniti. La Corea del Nord era stata portata a trattative, in precedenza, proprio dalla Cina. Oggi Pechino deve provare a fare lo stesso, creando però uno scarto con Pyongyang.

Per questo, ad esempio secondo Ryan Hass sulle pagine del think tank Chinafile, la Cina dovrebbe prendere esempio dai negoziati che hanno portato all’accordo iraniano.

Raccogliere dunque quel credito con paesi rilevanti, come Russia e Corea del Sud, tentando di portare alla moderazione anche il Giappone, e provare a placare le volontà bellicose tanto di Kim Jong-un quanto di Trump. Facendo leva sulla comunità internazionale – ieri tanto Germania, quanto soprattutto la Russia sembrano aver raccolto questa esigenza – la Cina deve farsi guida di un gruppo di paesi capaci di portare a un negoziato i due leader, ben sapendo che l’attuale situazione difficilmente convincerà Kim ad abbandonare il nucleare. Allo stesso modo i diplomatici di tutti i paesi interessati a sventare un conflitto, sanno bene che se Trump usa spesso linguaggi deprecabili, nei fatti è molto più pragmatico di quanto voglia apparire al proprio elettorato: Washington da tempo cerca un accordo – come confermato da fonti dell’amministrazione ad Ap – e la Cina deve riuscire a trasformare queste volontà in qualcosa di concreto.

Ne va anche del suo futuro nell’area e non solo. Ieri il quotidiano nazionalista Global Times ha scritto che in caso di conflitto la Cina dovrà restare neutrale. Secondo il giornale – spesso confuso con l’intero partito comunista, mentre ne rappresenta solo alcune anime – Washington e Pyongyang stanno facendo «giochi senza scrupoli» che potrebbero portare a «calcoli sbagliati e a una guerra strategica».

La Cina, poi, deve chiarire che «resterà neutrale se Pyongyang lancerà missili che minacciano il territorio Usa e gli Usa rispondono». Neutralità o meno, a Pechino sanno bene che all’eventualità di un conflitto non bisogna arrivare, perché la dirigenza comunista ha pienamente coscienza di cosa significherebbe portare avanti quel discorso commercialmente egemonico che risponde al nome di «Nuova via della Seta» avendo al proprio confine un paese attaccato e – presumibilmente – sconfitto dalla prima potenza militare mondiale.

FONTE: Simone Pieranni, IL MANIFESTO

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