Caso Regeni: La regia di Minniti e l’ok del Colle al disgelo con Al Sisi, “Italia più forte in Libia sui migranti”

Il retroscena. L’obiettivo è sfruttare l’influenza egiziana sul generale Haftar: avere buoni rapporti sia con Tripoli sia con Tobruk è l’unico modo per stabilizzare il Paese

ANNALISA CUZZOCREA • 16/8/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 209 Viste

ROMA. La manovra decisiva del governo è cominciata poco più di un mese fa. Quando, per la prima volta dopo la fine delle relazioni diplomatiche, tre senatori italiani hanno varcato la soglia del palazzo presidenziale del quartiere di Heliopolis, al Cairo, per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. A guidare la delegazione era il presidente della commissione Difesa del Senato Nicola Latorre, vicinissimo — e amico da sempre — del ministro dell’Interno Marco Minniti (insieme a lui, in Egitto, c’erano i senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri e del Movimento 5 stelle Vincenzo Santangelo).

Non è un caso, perché l’input alla ripresa dei rapporti con l’Egitto arriva proprio dal Viminale. E dalla necessità di riaprire un canale fondamentale per contribuire alla stabilizzazione della Libia e al controllo dei flussi migratori. Minniti e il governo italiano hanno bisogno di una Libia stabile. E di parlare con entrambi i suoi governi: non solo con Fajez Al Sarraj a Tripoli, ma anche col generale Khalifa Haftar in Cirenaica. Le chiavi del rapporto con Haftar, già trovate dal governo francese di Emmanuel Macron, passano proprio per l’Egitto di Al Sisi. E dalla ripresa di quelle relazioni diplomatiche sospese nell’aprile 2016, dopo che dal Cairo — invece della verità sulla morte del ricercatore ventottenne Giulio Regeni — arrivavano palesi bugie e tentativi di depistaggio.
Latorre aveva un mandato preciso: quello di far capire ad Al Sisi che davanti a dei passi avanti veri dal punto di vista giudiziario e della cooperazione tra le procure del Cairo e di Roma, il nostro Paese avrebbe rimandato l’ambasciatore in Egitto. A dargli la possibilità di fare un’offerta del genere, ovviamente, non erano stati solo l’amico Minniti e il ministro degli Esteri Alfano. L’operazione ha coinvolto direttamente il premier Paolo Gentiloni, che segue il caso Regeni dal primo giorno (all’epoca del ritrovamento del giovane con evidenti segni di torture sul corpo era ministro degli Esteri), e ha avuto il beneplacito del capo dello Stato Sergio Mattarella. Fonti vicine al governo si dicono convinte che i passi avanti nelle indagini saranno reali. E ricordano che lo stallo nell’inchiesta era cominciato dopo che, a dicembre 2016, l’Egitto aveva fatto dei «passi importanti verso la verità», inviando in Italia materiale probatorio e mandando a Roma, a colloquio con il suo omologo Giuseppe Pignatone, il procuratore capo del Cairo. Che aveva incontrato i genitori di Regeni promettendo: «Non chiuderò questa indagine finché non avrò arrestato chi lo ha ucciso».
Già allora Al Sisi si aspettava il ritorno dell’ambasciatore. Ma non avvenne, e gli ulteriori tentativi di passi avanti dell’inchiesta caddero nel vuoto. Il presidente egiziano lo ha ricordato proprio a Latorre durante la sua missione: «Abbiamo già fatto invano delle mosse importanti ». Il senatore — forte dei colloqui avuti prima della partenza — ha potuto rassicurarlo: «Stavolta non sarà così». Ed è per questo che la decisione del ministro degli Esteri Angelino Alfano è stata così immediata, subito dopo l’invio di nuovi documenti alla procura. Per provare che l’Italia non stava bluffando e che ritiene il dialogo con l’Egitto importantissimo per molte ragioni. La prima delle quali è proprio la crisi migratoria. E di conseguenza il ruolo strategico del nostro Paese in quell’area.
Nell’incontro di luglio con le istituzioni egiziane si era parlato anche di immigrazione. Al Sisi si era congedato da Latorre ricordandogli: «In Egitto abbiamo 5 milioni di profughi che non teniamo nei campi, ma cui diamo una social card per nutrirsi. Controlliamo oltre 1.000 chilometri di frontiera con la Libia e da dieci mesi in Italia, da qui, non arriva un migrante, senza avere per questo ricevuto un euro. Mentre per fermare i flussi l’Europa ha dato 6 miliardi alla Turchia ». In pratica, la richiesta di un ruolo, che a questo punto il governo sembra voler concedere. Perché Al Sisi è riuscito nell’ultimo anno a riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti, rafforzare quelli con la Russia, mantenere relazioni positive sia coi Paesi del Golfo che con la Siria. In più, è il capo di Stato che ha più influenza sulla Cirenaica, la parte della Libia controllata dal generale Haftar. Dove il governo teme si possa spostare la rotta dei migranti, se si riesce a chiudere quella della Tripolitania.

Fonte: ANNALISA CUZZOCREA, LA REPUBBLICA

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This