La politica de-territorializzata, senza ruolo nell’Italia “Paese di paesi”

Il terremoto di Ischia, le trombe d’aria in Veneto, il dramma dei migranti a Roma. E l’impotenza dei partiti che hanno abbandonato i legami con il territorio

ILVO DIAMANTI • 28/8/2017 • Politica & Istituzioni • 633 Viste

Il principale interprete di questa stagione è il M5S che non a caso non ha radicamento sui territori. Alle classi dirigenti ormai è difficile dare un volto e una geografia di riferimento

È DIFFICILE trovare “la” notizia, in questi giorni. Il caso. Insomma: “l’argomento”. “Il” focus, da commentare e da analizzare. Perché le emergenze si susseguono, un giorno dopo l’altro. Senza una geografia precisa. Infine, senza una vera capitale. (In)seguiamo i luoghi del terremoto, in centro Italia, un anno dopo. Ma anche la scossa di Ischia che ha provocato il crollo di alcuni edifici e centinaia di sfollati. Poi, la preoccupazione viene “agitata” dalle trombe d’aria in Veneto. Infine, dalle “decise” decisioni “romane”, per “liberare” un palazzo occupato dagli immigrati. Intorno a piazza Indipendenza. In centro. Così, io, che cerco (senza, magari, riuscirci) di scavare oltre le notizie, mi vedo “spaesato”. Perché ho sempre cercato di risalire alle “radici”, al legame con il territorio. La prospettiva che ho sempre (in)seguito, negli studi sulla società e la politica in Italia. Perché in Italia il territorio è importante. Elemento che fonda e differenzia: la società e la politica. La vita delle persone. Il territorio, d’altronde, accoglie e riassume la storia, l’economia, le relazioni, i modi di vita. Per questo, il nostro Paese è stato osservato dedicandoattenzione particolare alle distinzioni, meglio ancora: alle fratture, piuttosto che agli elementi comuni. Ai fattori unitari. Cercando di disegnare le Italie, piuttosto che l’Italia. Da sempre, infatti, l’Italia è stata rappresentata come un Paese diviso. In due. Nord e Sud. La questione meridionale ha, così, disegnato e definito un’altra Italia. L’Italia dello sviluppo dipendente. Dall’intervento dello Stato. Dalle risorse pubbliche. Ad essa, in anni più recenti, si è opposta la “questione settentrionale”, rappresentata, negli anni Novanta, anzitutto dalla Lega Nord. Amplificatore della protesta della società e dei produttori contro lo scambio ineguale con lo Stato centrale. Che intercetta tributi senza restituire servizi adeguati. Da un lato, a Sud, Roma Matrona. Dall’altro, a Nord, Roma Ladrona. Ma le Italie, delineate dagli studi – e dai movimenti – che operano sul territorio, negli ultimi anni (decenni) sono diverse. Non solo due. Ce ne sono altre, diverse. Che segnalano altri e diversi modelli economici. D’altronde Arnaldo Bagnasco e Carlo Trigilia, tar gli anni 70 e 80, misero in luce l’esistenza di Tre Italie. L’Italia del Nord metropolitano della grande industria, il Mezzogiorno, dello sviluppo assistito. E la Terza Italia, il Centro- Nord-est. Dove prevalgono piccole imprese e piccole città. Altri studiosi e centri di ricerca come Giorgio Fuà, Ugo Ascoli, Massimo Paci, legati all’Istao (Istituto Arnaldo Olivetti) di Ancona, hanno parlato, al proposito, di modello “NEC (Nord Est Centro). “Allungando” l’influenza e la presenza dei tratti della Terza Italia all’intera “lineaadriatica”. Mentre Giuseppe De Rita e il Censis hanno molto insistito sulla proliferazione dei sistemi locali. Quasi in modo molecolare. Non solo nella Terza Italia. Non solo nel Nord. Anche nel Mezzogiorno. Perché non ci sono solamente diverse Italie. Diversi Nord. Ma anche diversi Sud. E la stessa Italia Centrale si sta differenziando. E per certi versi adeguando alle altre Italie. Rammento ciò che era solito dire Carlo Azeglio Ciampi. Un grande Presidente. L’Italia, ripeteva Ciampi, è un “Paese di paesi”. E di città. Il suo principale elemento di unità e di comunità sono le “differenze”. La sua molteplicità.

La diversità territoriale ha sempre avuto riflessi politici evidenti. La Terza Italia, le regioni del Centro-Nord-Est, sono state caratterizzate dalla prevalenza dei partiti di massa. PCI e DC. Integrati e inseriti nella società. E quindi legati alle tradizioni storiche e ideologiche del territorio. Zone bianche e rosse. Mentre il Nord metropolitano e il Mezzogiorno, per ragioni diverse, mostravano una comune instabilità. Un comune equilibrio di forze. Era ieri, meglio, l’altro ieri, quando il nostro Paese aveva una geografia sociale e, ancor più, politica riconoscibile. Chiara. Ma oggi poco o nulla di quel che abbiamo descritto funziona ancora. I partiti di massa: liquefatti. I nuovi partiti: personalizzati e personali. Così anche il rapporto della politica con il territorio si è trasformato. Liquefatto, per parafrasare Bauman. Perché oggi i principali partiti sono “nazionali”. Il PdR, il M5S. Perfino la Lega di Salvini. Ligue Nationale, per affinità con il Front della sua amica Marine.

E gli eventi – tragici o comunque dolorosi – che colpiscono il nostro Paese fragile non hanno più un colpevole scontato. A maggior ragione: non è più automatico riconoscerli come colpe “etniche”. “Regionalizzare” responsabili e colpevoli. Lo vediamo in queste settimane. Ischia, i “paesi” colpiti un anno fa dal terremoto. Le città del Nord Est devastate da trombe d’aria. E, negli anni precedenti, L’Aquila. Senza dimenticare il Friuli, l’Emilia Romagna. La Liguria. Tragedie locali di impatto nazionale. E oltre. Non hanno più un riflesso – e un colore politico preciso. Perché il territorio si è appannato. E se nel Mezzogiorno è devastato dagli abusi, nel Nord Pedemontano è disseminato da capannoni, sempre più spesso “dismessi”.

Il principale interprete di questa stagione, non per caso, è il M5s. Che non ha uno specifico “retroterra” ideologico. E politico. Semmai: anti-politico. E non ha una geografia elettorale precisa. In questa prospettiva, ogni tragedia, ogni catastrofe ha come responsabile lo Stato. Le classi dirigenti. A cui, però, oggi è difficile dare un volto. Una geografia. Perché se ieri tutto veniva ricondotto a Roma, Matrona e/o Ladrona, oggi siamo al paradosso. Sottolineato dalla vicenda del palazzo di piazza Indipendenza, occupato da immigrati ed “espugnato” dalle Forze dell’ordine. Con un seguito di polemiche accese. Di segno perfino paradossale. Ed esemplare. Visto che la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha chiamato in causa le responsabilità di Nicola Zingaretti. Governatore della Regione e, prima, Presidente della Provincia. Contro il quale era intervenuta anche in occasione del rischio di razionamento dell’acqua. Insomma: Roma contro Roma. In questo “Paese di paesi”, ormai, non c’è più geografia.

Fonte: ILVO DIAMANTI, LA REPUBBLICA

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