Saraceno: «Misura importante pur se sottofinanziata ma grave la graduatoria tra poveri»

Intervista a Chiara Saraceno. Per la sociologa il reddito d’inclusione è sottofinanziato ma è il primo strumento di contrasto alla povertà inserito nel nostro sistema di welfare e la solidarietà non è più sufficiente

Rachele Gonnelli • 30/8/2017 • Povertà & Esclusione sociale, Welfare & Politiche sociali • 569 Viste

«Sarà anche poco ma è comunque una misura importante». La sociologa Chiara Saraceno si occupa di contrasto alla povertà dal 1986, con la prima commissione d’indagine e invita a «non buttare via il bambino con l’acqua sporca».

Il nuovo reddito di inclusione riguarda appena un quarto della platea degli indigenti. In che senso è importante?

Si tratta, se non altro, della prima misura di sostegno al reddito dei poveri inserita in modo strutturale nel nostro sistema di welfare. E non è poco, viste le tante resistenze che ci sono sempre state finora non solo a destra ma, per motivi opposti, anche nella sinistra. La solidarietà non basta più.

È davvero una misura strutturale?

È stata introdotta in realtà con la finanziaria 2017 e i finanziamenti di quest’anno sono bassi ma si pone come misura strutturale. Non è questo il suo limite. Il guaio di questo decreto è che pone una soglia massima di fatto parametrata sulla pensione sociale. Solo che la pensione sociale è calcolata in 492 euro per una persona, un anziano solo, mentre qui la stessa cifra è prevista per una famiglia numerosa, di cinque o più persone. Ed è una soglia invalicabile, questo è il vero problema, ciò che mi preoccupa di più. Voglio dire che non ritengo particolarmente scandaloso che, viste le ristrettezze di bilancio, si cominci con poco. È che non si pone come una soglia da colmare nel tentativo di aggredire il fenomeno molto più esteso della povertà assoluta quanto piuttosto come limite tout court.

Si tratta comunque di spiccioli che risolvono ben poco a chi ha davvero bisogno.

Sono la prima a dire che è troppo poco. Anche i 40 euro della vecchia carta sociale sembravano una elemosina però sono stati usati. È chiaro che si tratta solo di una misura compensativa, che integra paghe derivanti da lavoretti. Una critica possibile è che la misura incoraggi di fatto o dia per scontato il lavoro nero, le attività informali, visto che con quattrocento euro al mese non si mangia in cinque. Questi soldi serviranno tutt’al più come aiuto per pagare le bollette. Ma almeno è stata alzata la soglia d’accesso: rispetto ai 3 mila euro di Isee del Sia (il sostegno per l’inclusione attiva, ora inglobato nella nuova misura ndr) siamo al doppio. Il problema vero, oltre al sottofinanziamento, è che si introduce una graduatoria dei più meritevoli. Il tetto non progressivo schiaccia i requisiti sul basso, introduce qualifiche aggiuntive: non basta essere in quella fascia di reddito, il primo requisito è essere una famiglia, quindi si escludono i single quarantenni e cinquantenni con figli grandi a carico non conviventi, ad esempio, poi si privilegiano le famiglie con minori, con handicap, con donne incinte, i disoccupati oltre 55enni e così via. I giovani soli o in coppia senza figli sono i più penalizzati.

I detrattori del reddito di cittadinanza paventano spesso l’intrappolamento in un circolo vizioso, questo non è reddito di cittadinanza ma non si pone il problema?

Il reddito di cittadinanza inteso come misura universalistica e universale quale propone il mio amico Anthony Atkinson a prescindere dal reddito è possibile solo in Alaska grazie ai proventi del petrolio. Impropriamente il Movimento Cinquestelle chiama reddito di cittadinanza la sua proposta di reddito per i poveri, solo perché gli piace la parola. Io sono tra quelli che non vedono questo rischio di intrappolamento né in quel caso né in questo. Penso che non si lavori solo per soffrire, solo perché costretti. E anzi, il salario di riserva serve per evitare certi ricatti lavorativi. Inoltre non è detto oggi che lavorando si esca automaticamente dalla fascia di povertà.

Di questo nuovo sussidio però si può beneficiare solo per 18 mesi, bastano per rimettersi in piedi?

La misura dovrebbe durare finché dura il bisogno, pur con controlli magari semestrali e con tutte le misure di accompagnamento al lavoro etc. Oltretutto prevedendo questa graduatoria di più bisognosi, e proprio questi hanno bisogno di più tempo, invece si crea di fatto solo una turnazione, un modo di razionare le risorse. In sintesi: sono state corrette alcune storture, la misura è importante, ma va sorvegliata e corretta.

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

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