La Cgil riporta il Jobs act alla Corte Costituzionale

Ordinanza del Tribunale del Lavoro di Roma. Il caso di una lavoratrice indennizzata con quattro mensilità portato dal giudice Cosentino alla Consulta: «È troppo poco, discrimina chi ha contratto a tutele crescenti»

Massimo Franchi • 1/8/2017 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 435 Viste

Il contratto a tutele crescenti torna alla Corte Costituzionale, l’architrave del Jobs act è a rischio illegittimità. Se il 10 gennaio scorso la Consulta ha bocciato il referendum abrogativo della Cgil che puntava al ripristino (e allargamento) dell’articolo 18, martedì il giudice Maria Giulia Cosentino del tribunale del Lavoro di Roma ha chiamato in causa la Corte Costituzionale per verificare la legittimità del Jobs act (gli articoli 2, 4, 10 del decreto legislativo 23 del 2015) «in contrasto con gli articoli 3, 4, 76 e 117 della Costituzione».
L’ordinanza riguarda un caso di licenziamento «per giustificato motivo oggettivo» economico per una lavoratrice assunta dopo il 7 marzo 2015, data dell’entrata in vigore del Jobs act. Un licenziamento palesemente illegittimo che però, grazie alla riforma cardine del renzismo, il datore di lavoro (la Settimo Senso Srl) ha potuto effettuare pagando poche migliaia di euro. La dipendente – Federica Santoro, rappresentata dall’avvocato Carlo De Marchis – infatti è stata indennizzata con sole 4 mensilità proprio rispetto delle cosiddette «tutele crescenti». Per il giudice «l’indennità risarcitoria» è troppo bassa specie a confronto del trattamento applicato ai lavoratori assunti prima della riforma: la cifra «non riveste carattere compensativo – scrive Cosentino – né dissuasivo ed ha conseguenza discriminatorie» anche perché «viene attribuito un controvalore monetario e fisso» – due mensilità per ogni anno.
Sebbene la giudice precisi che «il contrasto con la Costituzione non si ravvisa in ragione dell’avvenuta eliminazione della tutela reintegratoria», la disamina del Jobs act è spietata e chiama in causa l’uguaglianza davanti alla legge dell’articolo 3 della Costituzione: «a parità di necessità di ridurre il personale, l’azienda privilegerà sempre la meno costosa e problematica espulsione dei lavoratori in regime di Jobs act», dunque precari a vita, nonostante le promesse renziane. L’apartheid – specie contro i giovani – è comprovata.
Si tratta della prima sentenza di questo tipo. E naturalmente la Cgil festeggia: «L’aspettavamo da tanto – spiega il responsabile dell’Ufficio giuridico e vertenze Lorenzo Fassina – . Da tempo sensibilizzavamo i nostri uffici vertenze in tutta Italia per trovare casi del genere. Il problema è che ormai, anche davanti a licenziamenti palesemente illegittimi, i lavoratori sono costretti ad accettare la proposta transattiva invece che sostenere cause costose e tempi lunghi. Credo che presto arriveranno altre ordinanze di questo tipo magari rispetto all’illegittimità dei licenziamenti disciplinari, ma comunque la Corte potrebbe esaminare il caso entro la fine dell’anno e arrivare a sentenza entro l’inverno. La nostra soddisfazione – continua Fassina – deriva anche dal fatto che il giudice Cosentino citi il mancato rispetto della Carta sociale europea e della Carta dei diritti di Nizza, in special modo l’articolo 24 che prevede come in caso di licenziamento illegittimo il risarcimento debba essere dissuasivo e prevedere l’effettività della riparazione del danno: le stesse ragioni contenute nel reclamo collettivo che presenteremo a settembre al Comitato europeo dei diritti sociali per contestare la riforma».
Se la Corte Costituzionale dovesse confermare il parere del «giudice a quo» cadrebbe l’architrave fondamentale del contratto a tutele crescenti e dell’intero Jobs act. La norma andrebbe completamente riscritta, aprendo naturalmente il fianco ad una revisione anche del licenziamento e dunque un possibile ritorno della reintegra.
Ma la Cgil continua poi la battaglia anche sul fronte della reintroduzione dei voucher dopo l’aggiramento del quesito referendario fatto dal governo prima cancellando la legge e poi reintroducendola nella manovrina correttiva. A settembre presenterà un ricorso all’Ufficio referendum della Corte di cassazione che potrebbe passare la palla di nuovo alla Corte Costituzionale.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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