Nelle gabbie libiche, tra i migranti bloccati prima di imbarcarsi

Il reportage. Le pattuglie della polizia ne ferma ogni notte. “Ma in Libia non abbiamo strutture e soldi per i rimpatri”

VINCENZO NIGRO • 15/8/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 265 Viste

ESPIAA ( TRIPOLITANIA). È notte, le strade di Espiaa si sono già svuotate, ma non sono deserte: le luci delle auto rimbalzano sulle vetrine dei caffè, dei piccoli ristoranti di kebab. Le pattuglie della polizia anti-immigrazione sono appena rientrate. «Abbiamo arrestato 4 nigeriani, sono stati trasferiti subito al centro di Sekka Road a Tripoli, adesso ci organizziamo per l’uscita di domani all’alba». Ibrahim Muftah Khalil è il comandante di questa piccola stazione della Anti Illegal Immigration Agency, la forza di polizia che combatte i trafficanti di clandestini. «In Libia c’è la Legge 18, gli immigranti sono illegali e vengono fermati, poi li mettiamo in centri di detenzione, in attesa di rimpatriarli. No, non vanno nelle carceri normali, li seguiamo noi dell’Agency».

Il mattino due di quei nigeriani sono a Sikka Road, una specie di questura centrale di Tripoli della polizia anti-immigrazione. Nella gabbia dove 200 migranti sopravvivono compressi come rifiuti umani. Nell’infermeria c’è un team dell’Unhcr, stanno trattando casi di scabbia. Ci sono molti casi di tubercolosi, di malaria. «Quelli arrivati ieri notte ci hanno già detto che vogliono tornare indietro», dice un infermiere dell’Unhcr, che chiede di non fotografare e non prendere i nomi. I nigeriani di Espiaa nel loro viaggio hanno attraversato il Niger prima di entrare in Libia: «Ci siamo fermati 3 settimane ad Agadez, in un “ghetto” come lo chiamano i trafficanti nigerini. Questa prigione di Tripoli non è nulla rispetto a quello che abbiano visto nel nostro viaggio. Ad Agadez vivevamo praticamente sottoterra perché i trafficanti temevano che la polizia potesse venire a bloccarci».
Il viaggio è stato quello classico: nel deserto del Niger, a nord-est verso Dirkou e Seguedine, poi il passaggio della frontiera al passo di Salvador, quello dei contrabbandieri, e la prima tappa in Libia a Gatrun. «Non avremmo mai dovuto entrare in Libia, A Gatrun siamo stati pochissimo, i trafficanti ci hanno passati ad altri trafficanti che ci hanno spostato a Sebha: e lì ci hanno venduto come schiavi in una fattoria, siamo rimasti 6 mesi, fino a quando il padrone ha deciso di andarsene in Egitto, ci ha regalati ad altri che ci hanno portati a Tripoli». La polizia libica non sa come fare, non sa come gestirli, arrivano altri migranti e vengono spinti nel gabbione come pecore. È già un miracolo che questa prigione sia della polizia ufficiale, e non di una delle milizie che nel resto della Tripolitania violentano le donne e torturano per far chiedere soldi al telefono ai parenti dei migranti.
Il comandante Khalil l’aveva detto: «L’unico modo per farli ripartire è lavorare con l’Unhcr e con l’Oim, l’Organizzazione internazionale per i migranti. Ci vogliono tempo e soldi, anche perché le ambasciate dei loro paesi qui in Libia hanno pochissime persone, non riescono a dirci se questi uomini effettivamente sono cittadini della Nigeria, del Senegal, della Guinea, dei posti dove vogliono rientrare». La sede dell’Oim a Tripoli è a Palm City, un compound protetto di ville in riva al Mediterraneo. Antonio Salanga, filippino, è il funzionario di turno, altri sono in ferie o nella sede di Tunisi. «Dal 2006 non abbiamo mai lasciato la Libia, adesso non ci sono gli espatriati europei o americani perché per loro la situazione della sicurezza è critica, ma noi lavoriamo, abbiamo 140 libici nel nostro staff e altri 40 in Tunisia». Salanga aggiunge: «In Libia ci sono anche 400 mila profughi libici, gente che è fuggita dalle città bombardate e distrutte, da Sirte, da Derna, da Bengasi. Noi diamo assistenza anche a loro, con l’Unhcr. I migranti africani? Solo a quelli che ce lo chiedono diamo assistenza al ritorno e biglietti aerei».
E gli altri? Nel gabbione ce ne sono 200, altre migliaia nel resto del paese. Nella sede centrale della Anti Immigration il colonnello Mabruk Burisha spiega: «Noi siamo 8.000 poliziotti in questa agenzia, molti vengono dalle precedenti polizie del regime di Gheddafi. A Gatrun e Sebha? Non abbiamo soldi per aprire le nostre stazioni, ma ci andremo», dice aggirando la verità il colonnello. Non ci vanno perché lì i trafficanti gli sparano addosso. Ma cosa volete fare di questi migranti arrestati? «E cosa dobbiamo fare? Aspettiamo che l’Europa ci aiuti. Che l’Onu mandi per davvero il suo personale, che l’Oim ci aiuti. I fornitori non ci mandano più cibo. I migranti non mangiano? Anche a molti di noi non pagano più lo stipendio da mesi. Gli ambasciatori, le Ong da 6 mesi vengono, si fanno foto davanti alle gabbie, le mettono su Facebook, e poi tornano in Europa a chiedere altri fondi. Ma non arriva nulla. E quindi noi che dobbiamo fare? Li catturiamo e li mettiamo qui dentro…».

Fonte: VINCENZO NIGRO, LA REPUBBLICA

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