Roma, tensione al Tiburtino dopo l’assalto al centro di accoglienza

Roma, tensione al Tiburtino dopo l’assalto al centro di accoglienza

ROMA. All’origine degli scontri di martedì notte al Tiburtino III, quartiere popolare del quadrante est di Roma, non ci sarebbe stata l’aggressione di un migrante eritreo, Yacob Misgn, a un gruppo di ragazzi del luogo, seguita dal tentativo di vendetta della madre di uno di loro, assistita da un gruppo di residenti. Sarebbe nato tutto dal rifiuto di dare una sigaretta. Ieri, ai microfoni di Sky, uno degli ospiti del centro della Croce rossa di via del Frantoio ha raccontato: «Questa signora, che nel quartiere tutti conoscono, ha chiesto una sigaretta all’eritreo, che spesso raccoglie cicche per strada. Poi la donna, che era col nipote di 13 anni, si è molto arrabbiata e il ragazzino che era con lei ha conficcato un pezzo di ferro nella schiena dell’eritreo. Non c’è stato nessun sequestro. I ragazzi del centro hanno pensato di chiudere il cancello in attesa dei carabinieri».

YACOB è ricoverato all’ospedale Pertini con una ferita alla schiena guaribile in 30 giorni, la procura indaga, il reato ipotizzato è lesioni gravi. Il padre del tredicenne ha 36 anni, è appena uscito di prigione ed è senza lavoro. Ha avuto cinque figli, poi si è separato e con la sorella della moglie ha avuto altri due figli. Il tredicenne era con la zia, attuale compagna del padre, martedì sera: «È un bambino buono – lo difende il padre -. Ho dovuto insistere perché andasse al mare, voleva rimanere a casa con me. Quell’uomo sarà stato accoltellato da uno dei suoi amici migranti». Yacob è stato ascoltato dai carabinieri. Secondo il gruppo che ha assaltato la struttura, avrebbe scagliato delle pietre ai ragazzi che lo prendeva in giro: «Ho fatto solo il gesto, ma non ho lanciato i sassi – ha spiegato -. Questo è razzismo, io non ho fatto nulla. Appena guarisco voglio tornare in Eritrea. Non nutro rancore, non voglio vendetta ma ho avuto tanta paura».

Ieri il gruppo di residenti che non vuole i migranti nel quartiere ha continuato a farsi vedere al cancello della struttura: «Stiamo pensando di organizzare una manifestazione per chiederne la chiusura. Non siamo razzisti ma qui la sera non si può più uscire. Vanno in giro a gruppi, ubriachi, danno fastidio alle ragazzine. Ci sono furti continui. Siamo esasperati».

LA SINDACA Virginia Raggi ha commentato: «Non bisogna scatenare guerre tra poveri» mentre l’ex sindaco, Gianni Alemanno, ha preso le parti della sommossa. Da Casa Pound a Forza Italia, tutta la destra chiede che il centro vada via dal Tiburtino III. «Il clima di odio che sta montando in Italia non ha precedenti nella storia recente» ha commentato il parlamentare di Mdp, Arturo Scotto.

QUAL È LA SITUAZIONE lo raccontano gli attivisti di Baobab experience, presenti martedì: «Alcuni di noi sono arrivati sul posto intorno alle due di notte, trovando un gruppo di cittadini, una ventina in quel momento, in evidente stato di sovraeccitazione. A bloccarli un cordone di polizia. Il migrante era accusato dalla gente di aver trascinato un ragazzo dodicenne all’interno per abusarne». Qualcuno del Baobab riesce a entrare per chiedere notizie del ferito: «Alcuni agenti ci hanno intimato di allontanarci, con la minaccia di essere portati in commissariato con l’accusa di interruzione di pubblico servizio. Le ambulanze erano bloccate all’esterno. Abbiamo fatto presente agli agenti che uscire, in quel momento, era molto pericoloso ma non c’è stato nulla da fare. Usciti dal cancello, ci siamo ritrovati circondati. Sono partite immediatamente le minacce, gli insulti, la violenza. Una volontaria è stata colpita alla guancia da un forte manrovescio. Abbiamo urlato agli agenti di proteggerci e solo allora si sono decisi a intervenire».

Dopo pochi metri la polizia li ha lasciati soli: «Siamo stati inseguiti e ingiuriati da una folla ormai fuori controllo». La conclusione dei volontari del Baobab è che «a via del Frantoio non c’è scappato il morto perché il caso ha voluto così. Ma questo è un fuoco su cui stanno soffiando in troppi e troppo forte. Chi ha un ruolo politico o istituzionale, è bene che inizi davvero a fare i conti con le proprie responsabilità».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO



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