Trump studia i piani “Poche possibilità per evitare un conflitto militare”

Lo scenario. La mossa di Kim mette nell’angolo chi sostiene il dialogo: a prevalere sono i militari

FEDERICO RAMPINI • 4/9/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 416 Viste

Dopo la riunione del Consiglio per la Sicurezza nazionale parla il capo del Pentagono È il segnale chiaro della direzione che ha preso l’incontro. Oggi all’Onu per trovare una soluzione

NEW YORK. Dopo il test della bomba nucleare all’idrogeno Donald Trump deciderà un attacco militare contro la Corea del Nord? «Vedremo». Il presidente tiene aperta questa opzione. Più minaccioso il segretario alla Difesa, John Mattis: «La risposta militare sarà massiccia, schiacciante» se Kim attacca Stati Uniti o Paesi alleati. «Le alleanze sono di acciaio, abbiamo i mezzi per difenderci», aggiunge il capo del Pentagono che ha esposto al presidente «tutte le numerose opzioni militari ». Trump rilancia anche sulle sanzioni economiche e stavolta il bersaglio è la Cina: «Embargo contro ogni Paese che fa affari con la Corea del Nord».

LA VITTORIA DEI FALCHI
Il National Security Council (Nsc), guidato dal generale Mc-Master, è la cabina di regìa della politica estera e militare, un pensatoio operativo al servizio del presidente, nel cuore della Casa Bianca. In piena domenica e in mezzo al ponte festivo di Labor Day ha dovuto convocarsi d’urgenza, «in versione ristretta, col presidente e vicepresidente », ma includendovi altri militari. All’inizio della riunione le due colombe sono il generale Mattis, che la settimana scorsa non aveva escluso un negoziato con Kim, e il segretario di Stato Rex Tillerson, anche lui favorevole a esplorare la via diplomatica. Ma alla fine Tillerson scompare e Mattis cambia tono, viene mandato a leggere un comunicato «tutto militare ».
I MILITARI
E’ un messaggio visivo lanciato al regime di Pyongyang: al termine del summit della Casa Bianca, a esporne le conclusioni è il capo delle Forze armate affiancato da un altro militare in divisa. Gli strumenti diplomatici o economici passano in secondo piano. Il trio dei generali (oltre a McMaster e Mattis c’è il capo dello staff presidenziale, John F. Kelly) rappresenta al tempo stesso la potenza militare degli Stati Uniti ed anche l’elemento di stabilità in questo governo. Nell’emergenza Trump sceglie uno di loro come voce dell’esecutivo.
IL MESSAGGIO
Tre i messaggi-chiave nel duro comunicato letto da Mattis al termine della riunione. «Non puntiamo alla distruzione totale della Corea del Nord». «La comunità internazionale è compatta nel condannare i test». Sono i riferimenti alla legalità: l’America ha la copertura «unanime del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Tuttavia Kim deve intuire che né lui né il suo regime sopravviveranno ad una risposta che sarà «soverchiante » se provoca la guerra. La linea rossa da non oltrepassare: «Minacce agli Stati Uniti, ai loro territori (Guam), alla Corea del Sud, al Giappone».
I DUBBI
Un esterno all’Amministrazione dà voce ai colleghi dell’intelligence che non possono uscire allo scoperto. Il generale Michael Hayden, ex capo della National Security Agency, avverte che «le opzioni militari non sono impossibili ma sono tutte pessime». Esorta il presidente a non lanciarsi «in una gara di virilità con Kim, a chi la spara più grossa, guai se è l’amor proprio a guidare Trump». La destra repubblicana però, con il senatore Lindsay Graham, segue il presidente su questo: se guerra deve esserci, che i morti siano “laggiù, non quaggiù”. Un attacco preventivo è legittimo se ferma Kim prima che diventi capace di colpire Guam o la West Coast.
LE SANZIONI
L’idea di un embargo che tocchi qualsiasi Paese terzo che fa affari con la Corea del Nord, ha una logica. Significa colpire pesantemente la Cina, con cui la Corea del Nord concentra il 90% dei suoi scambi esterni. L’arma commerciale sarebbe l’estremo tentativo di costringere Pechino a disciplinare il suo vassallo anziché tenerlo in vita con gli aiuti. Troverebbe larghi consensi nella base elettorale di Trump, ma non nelle multinazionali Usa. Il consigliere economico Gary Cohn è contrario, su questo terreno il falco è Steven Mnuchin, segretario al Tesoro.
GLI ALLEATI
Fronte unito tra gli alleati al Consiglio di sicurezza Onu, la cui convocazione d’urgenza oggi è stata chiesta da Usa, Giappone, Corea del Sud. Però i rapporti fra i tre sono tesi. Trump va d’accordo col premier giapponese Shinzo Abe con cui ha parlato subito dopo il test nucleare. I suoi militari invece accusano Tokyo di avere un dispositivo di difesa inadeguato di fronte alla minaccia nordcoreana. Con la Corea del Sud è lo stesso Trump che non lesina attacchi. Attribuisce a Seul tentazioni di cedimento, e mette sotto riesame il trattato di libero scambio.
CINA E RUSSIA
La diffidenza americana è ai massimi, di fronte all’incontro tra i presidenti cinese russo. Ambedue quei Paesi hanno avuto ruoli di alleati e protettori di Pyongyang, in parte li esercitano tuttora anche se condannano test nucleari e missilistici. Sempre però con un atteggiamento di equidistanza, che accentua i sospetti di Washington. Inaccettabile per gli Usa è la richiesta cinese che in cambio della rinuncia ai test nucleari di Kim, cessino anche tutte le manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. Con la Russia è ancora viva la tensione per la chiusura del consolato di San Francisco, probabile covo di spie.

 

Fonte: FEDERICO RAMPINI, LA REPUBBLICA

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