Kim Jong-un

Gli Usa a Pyongyang: «Basta dialogo». Cede anche Seul

Corea del Nord. Stati uniti, Francia e Gran Bretagna d’accordo su nuove sanzioni. Disaccordo interno alla Casa bianca sull’intervento militare

Marina Catucci • 5/9/2017 • Copertina • 479 Viste

Il presidente pacifista Moon autorizza simulazioni di un attacco contro il sito del test nucleare, ma Kim non arretra: possibili nuovi lanci di missili il 9 settembre e il 10 ottobre

NEW YORK. «L’avevo detto che il dialogo non funziona, la Corea del Nord capisce una cosa sola». Così aveva twittato Trump in risposta al nuovo e potente test nucleare di Pyongyang e la stessa posizione è stata mantenuta da Nikky Haley, ambasciatrice americana all’Onu, durante il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, convocato in riunione straordinaria ieri e in corso in queste ore.

Haley ha impostato la linea americana affermando che «la Corea del Nord ci implora di fargli guerra». Già dopo il lancio del missile coreano nel Mar del Giappone, l’ambasciatrice aveva affermato che «qualcosa deve accadere».

E quel qualcosa ieri ha preso la forma di nuove sanzioni ai nordcoreani, che «siano le più pesanti mai imposte», come ha chiesto Haley che indiscrezioni vorrebbero presto al Dipartimento di Stato al posto di Rex Tillerson, in un ennesimo reimpasto dell’amministrazione Trump.

La nuova risoluzione contro la Corea del Nord verrà presentata entro questa settimana e votata la prossima. Anche Francia e Gran Bretagna sono d’accordo con gli americani sulla necessità di nuove sanzioni che non siano «mezze misure»: «Ne va della nostra credibilità. La possibilità di un negoziato non è mai stata così lontana», ha dichiarato all’Onu l’ambasciatore francese mentre quello britannico ha sottolineato come il dialogo non sarà possibile fino a quando la Corea del Nord «non cambierà drasticamente direzione».

Concorde anche il paese più esposto, la Corea del Sud, che ha chiesto espressamente di bloccare tutti i fondi al regime di Kim Jong Un, attraverso «una nuova risoluzione con nuove misure più dure che siano proporzionate al livello e alla portata della gravissima minaccia posta da Pyongyang».

Resta ora da vedere se sarà possibile e come convincere Russia e Cina a isolare economicamente Pyongyang: l’inviato cinese all’Onu ha chiesto ai nordcoreani di non ripetere azioni «che sono sbagliate, peggiorano la situazione e non sono in linea con i loro stessi interessi», proponendo di tornare al dialogo, una condanna formale giudicata però da Haley insufficiente ed offensiva.

Washington, intanto, ha mandato un segnale non equivoco: Stati uniti e Corea del Sud, dopo una telefonata tra i presidenti dei due paesi, hanno concordato di rimuovere il limite di carico alle testate per i missili di Seul.

Il fine di questa spinta agli armamenti dovrebbe essere quello di aiutare la Corea del Sud a far crescere le proprie capacità di difesa, è un approccio muscolare ed è già stato messo in atto dal presidente sud coreano, Moon Jae-in, nonostante il suo background che è democratico e pacifista ma, stretto tra Corea del Nord e Usa, ha dovuto cambiare rotta.

Seul, usando caccia F15 e un missile balistico, ha condotto un’esercitazione simulando un attacco contro un sito nucleare nordcoreano, scrive l’agenzia Yonhap online. Nell’esercitazione il missile Hyunmoo-2A e i missili a lungo raggio aria-terra «hanno tutti accuratamente raggiunto i loro obiettivi». E gli obiettivi simulati erano stati individuati nel Mar del Giappone, alla stessa distanza del sito per i test nucleari di Punggye-ri.

L’intelligence sudcoreana ha poi comunicato il rischio di un nuovo test nucleare e lanci di missili balistici, in qualsiasi momento, ma segnalando due date sensibili: il 9 settembre, anniversario della fondazione dello Stato, e il 10 ottobre, giorno della nascita del Partito dei Lavoratori.

I collaboratori di Trump, dal consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster fino al capo del Pentagono, l’ex generale James Mattis, frenano la risposta «furiosa» ipotizzata dal presidente statunitense. «Abbiamo molte opzioni militari», ha dichiarato Mattis, assicurando che ci sarà una «massiccia risposta» militare a qualsiasi minaccia agli Stati uniti, inclusa Guam, ma che «non puntiamo al totale annientamento di un paese, la Corea del Nord».

Pochi giorni fa Steve Bannon, ancora più direttamente, aveva dichiarato: «Non c’è soluzione militare alle minacce nucleari della Corea del Nord». Bannon, che non fa più parte dell’amministrazione, mantiene comunque una grande influenza sul presidente.

E ha continuato: «Fino a quando qualcuno non risolve l’equazione che mostra come 10 milioni di persone a Seul morirebbero nei primi 30 minuti tramite armi convenzionali, non so di cosa si stia parlando: non esiste soluzione militare, i coreani ci hanno in pugno».

FONTE: Marina Catucci, IL MANIFESTO

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