Dal governo briciole per le pensioni delle donne, reazioni dei sindacati

Manovra. Poletti: sconto di 6 mesi a figlio, ma solo per entrare nell’Ape social. Camusso ribadisce: vogliamo lo stop ai 5 mesi di adeguamento

Massimo Franchi • 8/9/2017 • Lavoro, economia & finanza • 459 Viste

La misura consentirebbe a sole 4mila pensionande di poter accedere all’anticipo senza costi nel 2018. Il problema è sempre lo stesso: da Padoan nessuna risorsa ancora prevista

Mesi di attesa perché il governo scoprisse le carte in fatto di pensioni. Ieri è finalmente successo. Al tavolo con i sindacati il ministro Poletti ha messo nero su bianco la proposta che riguarda le donne. La situazione ad oggi è questa: a causa della riforma Fornero, le donne italiane sono quelle che vanno in pensione più tardi in tutta Europa – dal primo gennaio 2018 raggiungeranno i criteri per gli uomini e dovranno avere 66 anni e 7 mesi; dal primo gennaio del 2019 serviranno 5 mesi in più e si toccherà quota 67 anni.
I sindacati chiedono di congelare lo scalino di cinque mesi che sarà sancito ad ottobre dall’Istat con il calcolo sull’adeguamento all’aspetattiva di vita – «il punto dirimente della trattativa», l’ha definito Susanna Camusso. E sottolineano come «le donne siano state le più colpite dalla riforma Fornero con il passaggio al contributivo: stipendi più bassi rispetto agli uomini e lunghi periodi di bassi contribuzione (maternità e cura dei familiari).
Ebbene, il governo ieri ha fatto questa proposta: «Abbassare fino ad un massimo di due anni i requisiti contributivi per donne con figli». Tradotto: ogni figlio porterebbe ad uno sconto di 6 mesi e quindi i due anni si avrebbero solo in caso di 4 figli. Ma la proposta non vale per tutte le donne. Vale solo per i criteri di accesso all’Ape Social: 63 anni di età con 30 anni di contributi (che quindi scenderebbe di 6 mesi a figlio) per chi è disoccupata, invalida civile al 74 per cento o assiste un «parente diretto» portatore di handicap. Il requisito contributivo sale a 36 anni per i cosiddetti lavori «gravosi» (svolti per almeno 6 anni negli ultimi 7) e che per le donne si esauriscono in maestre d’asilo, infermiere, badanti e addette alle pulizie.
In tutto si stima che la misura consentirebbe a sole 4 mila donna di andare in pensione l’anno prossimo.
Perfino la Cisl si è detta delusa dalla proposta governativa, chiedendo di allargarla almeno a tutte le donne per «un riconoscimento sociale della maternità e del lavoro di cura», rispolverando una vecchia norma della riforma Dini che riconosceva 4 mesi a figlio, «magari alzandola», spiega Annamaria Furlan.
Il problema di fondo della trattativa rimane sempre quello. Il ministro Pier Carlo Padoan non ha ancora fissato le poste di bilancio e quella per le pensioni rischia di essere prossima allo zero. Da qui le proposte risibili del ministro Poletti. «C’è un quadro di incertezza», sintetizza Susanna Camusso.
Qualche passo in avanti pare invece esserci sul piano del metodo. «Il ministro Poletti si è impegnato ad incontrarci dopo che la manovra sarà stata presentata e lì pronunceremo il nostro giudizio», sottolinea Carmelo Barbagallo. Se non ci fosse il richiesto congelamento dello scalino di 5 mesi «non staremmo con le mani in mano e ci mobiliteremo», promette il segretario generale Uil che aveva già avanzato l’idea di sfruttare il fronte bipartisan favorevole allo stop per ottenere la misura durante il cammino parlamentare della legge di bilancio. In vista del prossimo incontro del 13 i sindacati porteranno al tavolo una loro proposta su donne e giovani. Mentre partiranno due commissioni miste governo-sindacati più Istat e Inps sulla storica richiesta di Cgil, Cisl e Uil di distinguere previdenza e assistenza e sulla governance dell’Inps.
Ad aver spuntato qualcosa sono i sindacati dei pensionati: il governo si è impegnato a riportare il sistema della rivalutazione al metodo Prodi, più vantaggioso rispetto all’odierno sistema Letta. In più partirà una commissione per un nuovo paniere per fissare la rivalutazione stessa.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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