L’ultima del caporalato: pagano secondo il colore della pelle

L’ultima del caporalato: pagano secondo il colore della pelle

COSENZA. I richiedenti asilo venivano prelevati all’alba nei pressi del Centro di prima accoglienza «Ninfa Marina» di Amantea, nel cosentino, e poi smistati nei campi da reclutatori senza scrupoli. Una situazione infernale che è andata avanti per mesi. Fino a ieri, quando i presunti caporali sono stati arrestati con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravata dalla discriminazione razziale. Sì, perché le paghe a fine giornata non erano uguali per tutti, ma variavano in base all’appartenenza etnica dei braccianti.

È QUESTO IL RISULTATO dell’operazione condotta dai carabinieri della compagnia di Paola nel corso di un’attività di contrasto allo sfruttamento dei rifugiati ospitati nei centri di accoglienza. Agli arresti domiciliari sono finiti due fratelli di Amantea, Francesco e Giuseppe Ciommo. Disposto anche il sequestro preventivo dell’azienda e di altri beni mobili di proprietà degli arrestati.

Gli elementi raccolti dagli inquirenti hanno permesso di accertare che i rifugiati, provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal e Guinea Bissau, venivano prelevati in una strada parallela alla sede del Ninfa Marina e portati a lavorare nell’azienda agricola dei due fratelli Ciommo. Una volta sui campi i rifugiati africani si trovavano a lavorare insieme ad altri braccianti provenienti da Romania e India. Ma, incredibilmente, la paga variava in base al colore della pelle.

IN PARTICOLARE, i «bianchi» avevano diritto a 10 euro in più dei «neri»: i primi prendevano 35 euro al giorno, mentre i secondi 25. Tutto rigorosamente in nero. I due fratelli arrestati, già noti agli organi di polizia, impiegavano dai 5 agli 8 immigrati al giorno nella loro azienda, andavano personalmente a prelevare la manodopera a una certa distanza dal Cpa, al fine di non destare sospetti. Ma le precauzioni non sono bastate, visto che i carabinieri di Amantea hanno comunque avviato le indagini proprio perché insospettiti dai movimenti dei richiedenti asilo verso le aree rurali della cittadina tirrenica.

I migranti erano sottoposti a minacce e angherie. In particolare, millantando conoscenze istituzionali, i due fratelli minacciavano le persone sfruttate di rimpatriarle. Le indagini hanno fatto emergere anche le condizioni di lavoro degradanti a cui erano sottoposti i braccianti: dormivano in baracche, mangiavano a terra e erano sottoposti a stretta e severa sorveglianza, qualche volta persino incatenati.

UNO SCHIAVISMO legalizzato. «Quanto scoperto in Calabria – ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina – lascia sgomenti. Lo sfruttamento del lavoro con l’aggravante della discriminazione razziale è intollerabile. Casi come questo dimostrano ancora una volta quanto fosse necessaria la nostra legge per tutelare ovunque e prima di tutto la dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli».

Quanto al Cpa, gli inquirenti escludono un coinvolgimento dei gestori nella vicenda. Ma non di questo avviso gli attivisti della campagna LasciateCientrare. «Ninfa Marina è da sempre un incubatore di vulnerabilità – ha commentato Emilia Corea ai microfoni di Radio Ciroma – e nei fatti si è trasformato in un Cara. Ad agosto ci hanno impedito di entrare per un’ispezione. I migranti all’uscita ci hanno raccontato di centinaia di persone stipate all’inverosimile, in piccole stanze con dozzine di asilanti a dormire uno sull’altro. In una siffatta situazione, davanti a persone parcheggiate come pacchi nel centro senza tutele amministrative, molte dei quali “diniegati” dalla commissione territoriale, e con bisogni materiali insoddisfatti, è automatico che si possano innestare meccanismi di sfruttamento della manodopera. Mi riesce difficile credere che i responsabili del centro fossero all’oscuro della vicenda».

«NEL CENTRO DA LORO gestito – conclude Corea – i migranti vengono sistematicamente abbandonati a sé stessi, non tutelati e mandati allo sbaraglio nell’audizione presso le commissioni nel disinteresse dei gestori. Viceversa, se fossero protetti come meriterebbero, garantendo loro dei tirocini formativi e percorsi virtuosi di orientamento lavorativo, non sarebbero entrati in questo sistema schiavistico. Né soggiogati da reclutatori incalliti».

FONTE: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO



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