Ora la Spagna militarizza la Catalogna

Previsti 6mila agenti tra polizia e Guardia civil. Barcellona risponde: pronto un piano «di contingenza» per votare il primo ottobre

Luca Tancredi Barone • 23/9/2017 • Internazionale • 131 Viste

BARCELLONA. n>Qualche giorno fa, scrivevamo su queste pagine che per tornare ai tempi del generale Franco, mancavano solo i carri armati per strada. Ebbene, il governo Rajoy sembra sia disposto anche a questo, dopo aver sospeso nei fatti il governo catalano: ieri il ministro degli interni Zoido ha comunicato al suo omologo catalano Forn (il quale, lo ricordiamo, è a capo della polizia catalana, i Mossos) che il governo centrale «in appoggio ai Mossos» (cui spetta questa responsabilità in primo luogo) sta dispiegando in Catalogna «rinforzi» (6mila agenti) di Policia Nacional e Guardia Civil.

MA NEPPURE Luís García Berlanga avrebbe deciso nel suo film più mordace che il governo affittasse navi – come ha fatto – con un gigantesco logo di Gatto Silvestro e Titti per «invadere la Catalogna», come si ironizza sui social. «Ultimatum del governo a Puigdemont: se non ritirano il referendum, lasceranno che gatto Silvestro si mangi Titti», dice il twittero più mattacchione. E meno male che ancora c’è qualcuno che usa l’umorismo: ieri è girato il video di un guardia civil che di fronte alle cazeroladas che giovedì notte hanno invaso acusticamente le strade di tanti quartieri, per tutta risposta, si è affacciato al balcone cantando un fandango andaluso.

La situazione si fa sempre più tesa, e né Madrid né Barcellona sembrano voler fare sforzi per ridurre la tensione. Al contrario: all’annuncio dei rinforzi, la Generalitat risponde che hanno già preparato un piano «di contingenza» per votare lo stesso il primo ottobre.

RISPOSTA DA MADRID: lettera del delegato del governo a Barcellona a tutti i direttori scolastici minacciandoli che autorizzare l’apertura delle scuole «anche in modo tacito» il primo ottobre costituisce crimine di abuso d’ufficio, disobbedienza e malversazione (cioè: che potrebbero pagare di tasca loro le spese). A questo, si aggiungono le parole deliranti del portavoce del governo nonché ministro dell’istruzione:«se in qualche centro scolastico i professori hanno dato consegne agli studenti di non andare a scuola e andare a manifestare», anche se poi ha detto di averlo letto «sulla stampa», ma intanto per tenersi sul sicuro, l’aveva buttata lì.

ANCHE LE UNIVERSITÀ pubbliche catalane hanno emesso un durissimo comunicato in cui denunciano che il governo ha ordinato alle banche di bloccare i conti e mettere sotto controllo la gestione amministrativa di tutte le università e centri di ricerca, senza alcuna comunicazione previa.

E NON SI TRATTA SOLO del pagamento delle fatture (per impedire che possano essere pagate la famose urne o schede elettorali, che secondo il ministro delle Finanze evidentemente potrebbero nascondersi fra provette e lavagne).

Migliaia di lavoratori rischiano di non essere pagati a fine mese, perché il ministero ha obbligato i centri a produrre in fretta e furia un certificato che lo stesso ministero deve emettere sulla base di documentazione fiscale, ma il sito per farlo è stato aperto solo ieri all’ora di pranzo, un venerdì prima di un lungo ponte: a Barcellona lunedì è festa. Migliaia di studenti e personale universitario hanno occupato diversi spazi dell’Università di Barcellona e hanno annunciato di volercisi accampare tutto il lungo fine settimana.

INTANTO LA GIUSTIZIA continua il suo corso: ormai azionata la macchina giuridica non è semplice fermarla, neppure se il governo lo volesse. Le proteste di mercoledì, quando centinaia di manifestanti hanno ostacolato il lavoro delle forze dell’ordine mentre arrestavano esponenti del governo e sequestravano documentazione e materiale elettorale, sono diventate oggetto di un’accusa di sedizione, per ora contro ignoti e contro l’Assemblea nazionale catalana e Òmnium, le due principali associazioni indipendentiste. La pena per questo delitto potrebbe arrivare a 15 anni di carcere. Da parte sua, il Tribunale Costituzionale (a cui una recente riforma del Pp ha dato il discusso potere di imporre sanzioni) ha applicato per la prima volta una multa ai membri della giunta elettorale nominata con la legge del referendum (sospesa dallo stesso Tribunale due settimane fa): 12mila euro al giorno se non si sciolgono, come imposto dal Tribunale con l’atto di sospensione della legge. Ieri hanno presentato tutti le dimissioni. Intanto sono stati posti in libertà provvisoria gli ultimi 6 arrestati di mercoledì.

QUANTO ALLE INIZIATIVE politiche per cercare una soluzione, solo la sinistra si muove. Ada Colau ha confermato la sua partecipazione all’assemblea convocata a Saragozza da Podemos e i suoi alleati «contro la repressione» e a favore di un referendum concordato in Catalogna. Assemblea che il Pp ha peraltro cercato di impedire in tutti i modi. In settimana il Psoe era anche riuscito a far accettare la costituzione di una commissione per la riforma della costituzione a cui il Pp ha accettato di sedersi, a cambio del (silenzioso) appoggio di Sánchez alle draconiane misure del governo. Ma il cammino di questa commissione sembra tutto in salita.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

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