Le donne saudite potranno guidare, ma sono ancora molti i diritti negati

Le donne saudite potranno guidare, ma sono ancora molti i diritti negati

Il passo oscura l’ultimo rapporto di Hrw: il clero wahabita istiga all’odio anti-sciita

Donald Trump, uomo che ha più volte calpestato la dignità delle donne, ha applaudito con entusiasmo al «passo in avanti positivo» fatto dall’alleata monarchia saudita che ha accordato alle donne la possibilità di prendere la patente e, dalla prossima estate, di guidare l’auto. «Il presidente Trump saluta positivamente la decisione del regno saudita di autorizzare le donne a guidare nel regno. Si tratta di un’avanzata positiva per la promozione dei diritti delle donne in Arabia saudita», ha scritto la Casa bianca in un comunicato.

DICHIARAZIONI e commenti simili si leggono e si ascoltano ovunque in queste ore, in Occidente come nel mondo arabo.

Già si parla di un’Arabia saudita avviata sulla strada del progresso grazie a re Salman e si esalta il giovane principe Mohammad promotore del piano di riforme economiche e sociali «Saudi Vision 2030». Tanti sottolineano che tre giorni fa, per la prima volta, e grazie ancora al giovane Mohammed, l’Arabia saudita ha permesso alle donne di andare allo stadio per partecipare alle celebrazioni dell’87esimo anniversario della fondazione del regno.

Ed entusiaste sono anche la giapponese Toyota e la sudcoreana Hyundai, dominatrici del mercato dell’auto in Arabia saudita, che prevedono un vertiginoso aumento delle vendite di autovetture.

Certo, non si può non salutare con favore la decisione presa a Riyadh che però non è merito del principe o di suo padre ma della determinazione delle donne saudite che in anni recenti e più lontani, come Manal Sharif nel 2011, hanno sfidato, pagando di persona, il divieto di guida imposto dall’alleanza monarchia-clero wahhabita. Grazie ai social sono emerse la campagna #IwillDriveMyself e altre iniziative ma nessuno può dimenticare le 50 donne che nel 1990 si misero alla guida contemporaneamente finendo poi arrestate, detenute e, infine, costrette a lasciare il lavoro e private della cittadinanza. Allo stesso tempo questa novità potrebbe indurre ad allentare l’attenzione sull’Arabia saudita erroneamente vista sulla strada di profonde riforme, ad ogni livello.

AL CONTRARIO NEL REGNO proprietà della famiglia al Saud sono tanti i diritti negati alle donne, in un sistema politico e sociale che proibisce la formazione di partiti, movimenti, sindacati e associazioni, e nega libertà di pensiero ed espressione.

Le donne potranno guidare l’auto ma in generale la loro libertà di movimento resta molto limitata: non possono viaggiare se non accompagnate da un tutore (il padre, un fratello o un parente maschio) che deve dare l’approvazione anche se vogliono andare all’università, intraprendere attività lavorative e persino se devono sottoporsi a trattamenti medici.

IL SOSPETTO è che la monarchia saudita abbia scelto di muovere questo passo non per rispettare un diritto sacrosanto bensì per ragioni economiche – darà una scossa al mondo del lavoro – e per assicurare immunità, almeno parziale, alle sue politiche interne e regionali, contando sul favore che il via libera alla guida alle donne avrebbe ottenuto nei Paesi occidentali, fondamentali per la sua sicurezza e difesa.

Mentre da anni in Medio Oriente si parla solo di violazioni di diritti umani in Siria, l’Arabia saudita tiene nelle sue prigioni migliaia di detenuti politici – tra cui intellettuali, scrittori e semplici blogger –, porta avanti una guerra sanguinosa in Yemen, non protegge i diritti di milioni di lavoratori stranieri presenti nel suo territorio e esegue annualmente dozzine di condanne a morte.

SUL PIANO RELIGIOSO, i Saud hanno intensificato la repressione delle proteste nelle regioni orientali del Paese popolate da sciiti e una roccaforte delle rivolte , la città di Awamiya, è stata in gran parte distrutta nel silenzio internazionale.

L’ENTUSIASMO per il «passo positivo» fatto dalla monarchia ha inoltre oscurato un rapporto diffuso nelle ultime ore da Human Rights Watch sull’istigazione all’odio contro gli sciiti che svolgono il clero e le istituzioni pubbliche.

Il rapporto («Non sono i nostri fratelli») denuncia come sia consentito ai religiosi wahhabiti di demonizzare, anche in documenti ufficiali, i cittadini sciiti. «L’istigazione all’odio favorisce la discriminazione sistematica della minoranza sciita ed è usata da gruppi violenti per attaccarla», spiega Sarah Leah Whitson, direttrice Hrw per il Medio Oriente.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

 



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