Alluvione e fango: strage a Livorno, 6 morti e 2 dispersi

La politica rifletta seriamente sugli effetti dei cambiamenti climatici e su come difendere il territorio

CORRADO ZUNINO • 11/9/2017 • Copertina • 1230 Viste

LIVORNO. MACCHIE di colore nel lago di fango. Una piccola sedia, un gioco, un carrellino. È tutto quello che resta di una festa di bambini in giardino. Quattro dei sei morti dell’alluvione di Livorno li hanno recuperati in un appartamento al seminterrato di una bella palazzina dei primi del Novecento. Sono tutti parenti, una famiglia è stata quasi cancellata: un bambino di quattro anni, la madre, il padre e il nonno, che è riuscito a portare fuori una nipotina, ma non si è salvato. Le altre due persone che hanno perso la vita abitavano sulle colline della città, così come i due dispersi. In appena tre ore è caduta la pioggia di un anno.

 

Si gonfia nella notte il Rio Ardenza, quasi a secco fino all’ultimo sabato di un’estate siccitosa. Ma in due ore su Livorno piove quanto in un anno: 260 millimetri d’acqua. Quando è l’alba, 170 millimetri scendono in soli venti minuti. Un diluvio dal cielo. E il torrente esonda, sfonda ponti, rimbalza su solette che si fanno tombe strette, abbatte recinzioni in cemento armato, entra nelle case e fa sei morti. Sei morti e due dispersi, nella tarda ora di ieri.

Un terzo della città è sott’acqua, e questo lo si scopre quando con il chiaro si alza l’elicottero dei vigili del fuoco. I quartieri di Ardenza, Collinaia, Quercianella, Stagno, Salviano, più fuori Rosignano Solvay e Tirrenia portano i segni dei torrenti esplosi. Il ponte di Via del Cerro è stato abbattuto, in serata se ne scopriranno altri due a terra. La linea ferroviaria è interrotta, la stazione allagata. Auto, furgoni e scooter sono capovolti ovunque: lanciati dentro i negozi, schiantati sugli alberi. Anche a Pisa, d’altronde, ci sono stati danni e paura. A Livorno città, ecco, sono esondati tre torrenti, ma i morti li ha fatti solo il Rio Ardenza.

A valle, a pochi metri dal mare, sotto la Curva Nord dello stadio intitolato ad Armando Picchi, l’Ardenza – che qui diventa Rio Grande – alla fine ha invaso anche il giardino della bella villa dei Ramacciotti, benestante famiglia che la sera prima aveva festeggiato il piccolo Filippo, 4 anni. Papà Simone, 37 anni, e la madre Glenda, 36, lavorano per le Generali a Empoli. Poi la Camilla, di tre. Dormivano alle 5 e 40. Altri vicini delle case popolari erano in tensione dietro le persiane: sentivano i tuoni così vicini e lo scroscio sul cemento che si faceva sempre più violento. Pauroso. Un boato, e un fiume nero ha aperto le porte e le finestre e ha invaso le stanze da letto e il salotto a piano terra – tre metri sotto il livello stradale – della villa ristrutturata due mesi fa. La mescola d’acqua e fango è salita a una velocità impressionante. Glenda quasi non ha fatto in tempo ad accorgersene mentre dal piano di sopra nonno Roberto, 65 anni, è sceso in giardino. Il figlio Simone ha provato ad allungargli Camilla, ma l’ha afferrata il vicino Marco Gasparrini, ha consegnato la piccola alla nonna al primo piano ed è tornato alla ricerca di Filippo: «Mi sono tuffato, ma c’era solo buio e melma e non c’era più il nonno».

Quando s’alza il sole lungo i 150 metri di scorciatoia che portano dalla villa allo stadio – una scorciatoia creata trent’anni fa mettendo un tappo al Rio Grande – si scopre un percorso di guerra. Un furgone rosso delle consegne Bartoli è a testa in giù e motore in su, l’ammiraglia grigia in giardino è un rottame, i seggiolini dei bambini sono stati spazzati lontano. Sono i sub dei vigili del fuoco a recuperare i quattro morti di Viale Nazario Sauro. Una vicina delle case popolari, anche lei a pianterreno, ora racconta: «Il fiume ci ha sfondato la porta blindata ». Francesca Recupero, lei in viale Sauro: «Il fango è entrato dalla finestra e ci è arrivato alla gola. Siamo scappati da una porta che non voleva aprirsi e ci siamo aggrappati a un lampione».

Le prime squadre di volontari percorrono il Rio Ardenza a ritroso e scoprono altri morti, tutti da mettere in conto al torrente gonfiato e ai troppi tappi messi nel tempo, alle case costruite in argine. Via Garzelli è due chilometri sopra, quartiere Collinaia, già campagna. Là dove è stato creato il Fosso dell’Ardenza, un altro impedimento, il rio ha ghermito tre case. In quella granata c’erano Filippo Meschini, 30 anni, e la moglie Martina. Si erano sposati a luglio. Filippo è passato dal sonno al fiume in piena. Ci ha galleggiato sopra centinaia di metri senza affogare. L’hanno ritrovato i volontari della Protezione civile a ridosso della spiaggia dei Tre Ponti, avvinghiato al ramo di un albero. Sua moglie, invece, è dispersa. La vicina, Paola Antico: «Nella casa a fianco marito, moglie e bimba di quattro mesi si sono salvati salendo sul tetto. Pioveva a dirotto, non si vedeva nulla, solo si sentiva: “Aiuto”. I miei tre figli si sono affacciati e hanno iniziato a lanciare coperte per farli coprire». Vicino c’è via della Fontanella, e lì è morto Raimondo Frattali, 70 anni. La moglie e la figlia si sono riparate sul tetto. Su, al Santuario di Montenero, via Sant’Alò, la piena ha ucciso Roberto Vestuti, 74 anni, di Carrara. L’Ardenza è uscito dagli argini insieme a un secondo torrente e ha sommerso l’intera strada. Un altro uomo, che viveva in una baracca, per ora non è stato trovato. Sei morti, due dispersi. I livornesi scendono a spalare, per sé e per gli altri. «Non si è visto esercito né carabinieri», dicono a Collinaia. Riprende a piovere e smette per tre volte. A metà pomeriggio in tutta Livorno Sud si sente un forte odore di gas: si teme un disastro. Forse è una cisterna di idrocarburi che si è aperta nell’impianto dell’Eni.

La Procura apre un’inchiesta. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dice: «E’ un dovere della politica occuparsi delle conseguenze dei cambiamenti climatici».

Fonte: CORRADO ZUNINO, LA REPUBBLICA

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