A Kobane, una biblioteca per combattere l’orrore. Intervista a Ednan Osman Hesen

Ednan parlava con sua sorella tutti i giorni. “Il 30 settembre la chiamai, ma al suo telefono rispose un militante del Daesh. Abbiamo giustiziato tua sorella, mi ha detto, e se vuoi vederla, oggi condivideremo la sua foto su Facebook

JM Arrugaeta e Orsola Casagrande • 5/9/2017 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 302 Viste

Fare una presentazione di chi ci parla potrebbe sembrare semplice: il suo nome è Ednan Osman Hesen, è nato nella città kurda di Kobanê, in Rojava (quel pezzo di Kurdistan “assegnato” alla Siria dal Trattato di Losanna). Ha 27 anni e in questo momento sta preparando il suo matrimonio. Si sposerà a dicembre. Ednan ha studiato fino alle superiori nella sua città natale, quindi si è iscritto a Legge all’Università di Damasco. Mentre studiava, è scoppiata la guerra civile. Era marzo del 2011. Con le comunicazioni interrotte e mentre i combattenti dei vari gruppi delineavano fronti e obiettivi militari, è rientrato nella sua città.

Con la guerra sempre più vicino, Ednan ha cominciato a lavorare come insegnante di lingua e della letteratura kurda, proibite per decenni dal governo “arabizzante” di Damasco. “Dal luglio del 2012 – dice – sono membro del comitato di gestione delle istituzioni culturali kurde e ho lavorato come professore di lingua e letteratura”.

Mentre il Daesh si avvicinava alla sua città, ha cominciato a dedicarsi all’aiuto e attenzione medica d’urgenza. Di quei mesi ricorda che lavorava nella “casa dei feriti, occupandomi di registrarli ma anche delle loro necessità materiali e del rifornimento di medicine. Per questo mi spostavo tra Kobanê e Suruç”, la città al di là del confine, nel Kurdistan occupato dalla Turchia.

Il racconto di Ednan si fa più angosciante man mano che affiorano i ricordi. “Le ferite e le cicatrici di quei giorni – dice – sono così dolorose che non mi piace soffermarmi molto nei ricordi. Però sì posso e voglio parlare di mia sorella, caduta martire, che era anche la mia migliore amica, Shirin. Era una persona speciale”.

Shirin si era unita alle YPJ (Unità di Difesa delle Donne) dopo aver ricevuto la notizia che la sua professoressa di lingua e letteratura kurda (a sua volta una combattente delle milizie di difesa kurde) era caduta in battaglia, a luglio del 2013.

Il 20 settembre 2014 Shirin si trovava sulla linea del fronte: la situazione militare era tesissima e lo Stato Islamico aveva appena iniziato l’assedio della città di Kobanê. Ednan parlava con sua sorella tutti i giorni. “Il 30 settembre la chiamai, ma al suo telefono rispose un militante del Daesh. Abbiamo giustiziato tua sorella, mi ha detto, e se vuoi vederla, oggi condivideremo la sua foto su Facebook. Rimasi in stato di shock – dice Ednan – il mio cervello smise di funzionare. Non sapevo che fare”.

I comandanti della milizia kurda delle YPG (unità di difesa del popolo, di cui sua sorella faceva parte) confermarono ad Ednan la veridicità delle parole del militante del Daesh. “Mi dissero che non si poteva andare sulla linea del fronte, che tutti i membri delle YPG erano stati uccisi”. Ednan voleva recuperare il corpo di sua sorella, ma “soltanto 8 mesi dopo la battaglia di Kobanê siamo stati in grado di recuperare i resti di Shirin, in un villaggio vicino alla città. L’abbiamo riconosciuta – dice – da quello che rimaneva dei suoi vestiti”.

La morte di sua sorella fu un durissimo colpo per Ednan a livello psicologico. Insieme alle sorelle e alla madre Ednan è costretto a fuggire nel Kurdistan nord, nella parte turca, durante i mesi dell’assedio, perché la loro casa era stata completamente distrutta.

L’economia della famiglia era estremamente precaria e tre fratelli di Ednan erano andati a lavorare a Istanbul.

Dopo la liberazione della città, il 27 gennaio, Ednan e la sua famiglia hanno deciso di rientrare a Kobanê. “Abbiamo ricostruito parzialmente la nostra casa che era stata distrutta dalla guerra”. Ma Ednan era ancora sotto shock e decise di trasferirsi a Amed (Diyarbakir, nel Kurdistan turco) dove fece un corso di lingua e letteratura kurda, diplomandosi nell’Accademia Cegerxwîn.

Il racconto di Ednan non segue un ordine strettamente cronologico: la mappa dei dolori e le perdite che hanno sofferto lui e la sua famiglia, in realtà iniziano prima di quel settembre 2014.

A luglio 2013, Viyan Amara, professoressa di lingua e letteratura kurda che insegnava a lui e a tutti i suoi fratelli e sorelle, era morta combattendo contro gli uomini del Fronte al-Nusra, la filiale di al-Qaeda in Siria.

Fu una morte che spinse gli 11 fratelli e sorelle della famiglia Hesen ad essere sempre più coinvolti nella guerra: pochi mesi più tardi, l’11 novembre 2013, un’altra tragedia ha colpito la famiglia di Ednan. Il padre che si trovava alla sede della Croce Rossa Kurda è rimasto ucciso nell’attentato degli islamici contro l’organizzazione.

Ma gli orrori della guerra non sono finiti per il giovane e la sua famiglia. Il 26 giugno, cinque mesi dopo essere stati respinti dai kurdi, gli uomini dello Stato Islamico cercano di rientrare a Kobanê. Attaccano la città da sud e dai confini turchi entrando in ogni casa che incontrano: uccidono 288 civili.

Gli assassini indossavano le uniformi delle milizie di difesa kurde. Arrivano anche alla casa della famiglia di Ednan. Quel terribile giorno di giugno, dice Ednan, gli uomini dell’ISIS uccidono a sangue freddo sua madre, sua sorella Gulistan, suo fratello Ehmed e sua moglie Rihane, suo fratello Rodi e sua moglie Perwin (sposati da appena venti giorni), i suoi zii, Mistefa Hemo e Gule Evdisu, i suoi cugini, Osman e Ahmed.

Ednan rientra a Kobanê per seppellire la sua famiglia. “Le mie sorelle Cihan e Berivan – dice Ednan – erano in casa durante il massacro, ma riuscirono a nascondersi e a salvarsi. Sono state testimoni di come nostra madre, i nostri fratelli, zii, cugini, sono stati massacrati da questi assassini”. Da quel momento, dice Ednan “non sono più uscito da Kobanê”.

A questo punto una pausa è d’obbligo. La dimensione dell’orrore ha bisogno di un tempo per essere processata. Torniamo a presentare il protagonista di questa intervista. Ednan Osman Hesen è un giovane kurdo che ha deciso di aprire una biblioteca kurda, uno spazio culturale, in una città che si sta ricostruendo dopo la battaglia. La domanda sorge spontanea: perché una biblioteca?

La sua risposta ci riporta al dolore e alla perdita dei suoi familiari ma contiene in sé la volontà di trasformare i ricordi in semi di vita: “Mia madre e mio padre amavano la loro terra e avevano trasformato la loro casa in un luogo aperto agli ospiti. Tutto il mondo poteva fermarsi lì, per mangiare o fare riunioni, o conversare. Dopo il massacro di giugno 2015 sono rientrato da Amed per seppellire la mia famiglia. Mi sono reso conto allora della fragilità psicologica delle mie sorelle, Cihan e Berivan. Non potevano nemmeno entrare in quella casa piena di sangue, figuriamoci se potevano tornare a vivere tra quelle mura. Mio fratello Rodi, che aveva due anni più di me, e sua moglie Perwin [due delle vittime, che si erano sposati da appena 20 giorni] sognavano di aprire una biblioteca nella casa di famiglia dopo il matrimonio. Io non volevo che quella casa rimanesse chiusa, per questo ho deciso di trasformarla in una biblioteca”. Come avrebbero desiderato i novelli sposi, immortalati nel nome della biblioteca che si chiama Rodi U Perwin”.

Ednan racconta di aver lavorato un anno per trasformare in realtà questo progetto, in mezzo alle difficoltà di una città in macerie che si sta lentamente e faticosamente ricostruendo, dove i bisogni più basilari diventano l’urgente e il quotidiano. “La biblioteca – dice – ha aperto il 9 maggio 2016. Le mie sorelle sono state presenti all’inaugurazione e hanno deciso di rimanere a vivere nella casa”.

Qualunque iniziativa di carattere sociale e culturale è l’unione e la sommatoria della solidarietà di tante persone. In questo caso si trattava di riunire libri e materiali sufficienti a realizzare davvero una biblioteca. “Ho raccolto e continuo a ricevere libri kurdi da amici della stessa Kobanê. Una parte del fondo è costituito dai libri che Rodi aveva raccolto e portato con sé quando rientrò da Istanbul. Già con l’idea di aprire la biblioteca, aveva continuato a raccogliere libri con sua moglie Perwin. Molti libri me li hanno dati gli amici che hanno studiato con me ad Amed: hanno promosso una campagna e visitato varie case editrici kurde raccogliendo circa 500 libri che mi hanno fatto successivamente arrivare qui. C’è poi chi visita la biblioteca e ci regala dei libri”. Adesso che la biblioteca è conosciuta in tutta Rojava, quando si pubblica un libro nella regione autonoma, le autorità e l’Unione di Intellettuali di Rojava lo fa arrivare a Ednan.

In mezzo a tanta desolazione Ednan difende la sua amicizia con i libri e la loro importanza nella ricostruzione umana della città. “Ho vissuto spesso la solitudine nella mia vita – dice – e gli amici che mi hanno fatto compagnia e mi hanno fatto uscire da questa solitudine sono stati i libri. L’importanza dei libri deriva dal loro contenute: è fondamentale leggere libri di altre nazioni per conoscere il mondo”.

Questo giovane kurdo che ha deciso che i libri e lo scambio culturale hanno una funzione all’interno di una comunità che ha tante ferite ancora aperte e continua a contare i morti di una guerra ancora lontano dal concludersi, dice con forza che “possiamo comprenderci meglio tra noi attraverso la letteratura e la cultura. Io lavoro come persona contro l’oppressione e contro la politica di assimilazione, così come fa Rojava e così come faceva la mia famiglia. Voglio far conoscere Kobanê e la mia famiglia attraverso la letteratura”.

Ci commenta che i kurdi sono in fondo poco conosciuti nel mondo e gran parte di quello che si sa di loro in realtà si conosce per quello che altri scrivono di loro. La ligue e la cultura kurde sono state vietate per tanti anni, fino alla Rivoluzione di Rojava. Dice Ednan: “Parlare e scrivere in kurdo era considerato un crimine dal regime del Ba’ath. Molte persone sono state arrestate, torturate e hanno perso la vita per questo”.

Questa situazione ora è cambiata grazie alla comparsa di istituzioni che coltivano e normalizzano l’utilizzo del kurdo. A Rojava si usa il kurdo come lingua principale, nella politica come nella cultura. Sono state aperte scuole in kurdo, una cosa inedita. Da poco sono state inaugurate l’Università Rojava a Qamislo e la Università di Afrin. L’educazione è oggi in tre lingue veicolari e tutti gli studenti sono tenuti a sceglierne una e ad apprendere le altre due (kurdo, arabo, aramaico).

I progetti e i sogni di Ednan sono in realtà quelli di tutti gli abitanti di questa città che non è esagerato definire eroica.

Ednan dice che “la ricostruzione di Kobanê continua a dipendere da ciascuno di noi, come è giusto che sia. Alcune famiglie e persone che hanno più mezzi economici hanno incominciato a ricostruire le loro case. Molti hanno perso familiari nella difesa della città. Le istituzioni fanno quello che possono, ma la ricostruzione va a rilento, anche perché una parte del bilancio dell’amministrazione deve andare necessariamente alla difesa, perché la minaccia del Daesh e la guerra non sono finite”.

C’è una nota di tristezza nella voce di Ednan quando aggiunge che “la comunità internazionale ha esaltato Kobanê durante la resistenza e la liberazione della città. Ha promesso allora di aiutarci e di non abbandonarci. Ma non è stato così. Non ha mantenuto la sua parola”.

Ednan fa un appello all’UNESCO e all’UNICEF: “I bambini di Kobanê – dice – hanno bisogno di aiuto per poter continuare a studiare. Queste organizzazioni potrebbero aiutarci anche riconoscendo la lingua e l’educazione kurda a livello internazionale. I certificati e i diplomi che diamo ai nostri studenti dovrebbero essere finalmente riconosciuti a livello internazionale”.

Ednan conclude ribadendo che la ricostruzione comunque non si ferma, con o senza la comunità internazionale. “Stiamo cercando di ricostruire le scuole che sono state distrutte dalla guerra. Il popolo kurdo ha sacrificato molti dei suoi figli e figlie, per l’umanità e per la comunità internazionale. Per troppi anni si è negato la nostra esistenza e siamo stati costretti a vivere colonizzati. Ma abbiamo dimostrato al mondo quello di cui siamo capaci sul campo di battaglia. Adesso vogliamo dimostrare anche quello di cui siamo capaci nel campo della letteratura e della cultura”.

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